Il settimo Brown: Jaylen saluta Boston, e il numero 7 resta senza padrone

Il settimo Brown: Jaylen saluta Boston, e il numero 7 resta senza padrone
04 Lug 2026

di Federico Del Monaco

 

Prima ancora di parlare di Jaylen Brown, bisognerebbe fermarsi sul numero, perché a Boston i numeri non sono mai soltanto numeri, ma diventano targhe commemorative, fantasmi appesi al soffitto, pezzi di storia che sembrano giudicare anche un libero sbagliato a novembre contro Charlotte.

Il numero 7 dei Boston Celtics lo hanno indossato in venti, venti giocatori diversi e venti modi differenti di portare una maglia che, nel Massachusetts, pesa sempre un po’ di più rispetto ad altri posti.

Tra quei venti ci sono passati nomi importanti come Tiny Archibald, Emmette Bryant, Kenny Anderson, Al Jefferson e Jared Sullinger, ma per il nostro piccolo gioco di specchi i nomi che interessano davvero sono soprattutto due: Dee Brown e Jaylen Brown.

Stesso cognome, stesso numero, stessa franchigia, ma due epoche completamente diverse, perché la storia del basket ama molto le simmetrie, solo che poi si diverte a rovinarle con la realtà.

Prima di Jaylen Brown, infatti, c’era stato Dee Brown, non Mike Brown, non James Brown, non il Brown della salsa barbecue, ma proprio Dee Brown, guardia esplosiva scelta dai Celtics nel 1990, giocatore atletico, elettrico, spettacolare.

Dee Brown è rimasto nella memoria soprattutto per lo Slam Dunk Contest del 1991, quello della celebre schiacciata “senza guardare”, quando si coprì gli occhi col braccio prima di andare a schiacciare, regalando una scena che oggi sarebbe GIF, reel, meme, sticker e probabilmente anche una maglietta venduta a prezzo indegno.

Era un gesto da copertina, una di quelle immagini che non raccontano tutta una carriera ma riescono comunque a rappresentare perfettamente un’epoca, perché Dee Brown era il numero 7 del salto, dell’istinto, della giocata che fa alzare il pubblico prima ancora che il cervello capisca cosa stia succedendo.

Molti anni dopo sarebbe arrivato un altro Brown, sempre con il 7 sulle spalle, ma con un altro peso addosso, perché Jaylen Brown non è stato soltanto un atleta potente o un nome da highlights, ma un pilastro dei Boston Celtics.

Il suo è stato il classico percorso da Boston, perché prima ti mettono sotto processo, poi se vinci ti fanno la statua, ma soltanto dopo aver controllato bene le percentuali al tiro, l’efficienza nei finali punto a punto e possibilmente anche il linguaggio del corpo durante i timeout.

Brown è stato metà della coppia con Jayson Tatum, quella dei “Jays”, il duo che per anni è stato il futuro, poi il presente, poi il problema, poi la soluzione, poi di nuovo il problema, perché nell’NBA moderna, se non vinci subito sei sopravvalutato, se vinci sei sottovalutato, e se vinci ma non nel modo deciso dagli altri, allora bisogna comunque ragionare.

Prima di ogni ragionamento, però, c’è stato il titolo NBA del 2024, e soprattutto c’è stato Jaylen Brown MVP delle Finals, non comprimario, non spalla, non quello del “sì, bravo, però Tatum”, ma il miglior giocatore della serie più importante.

In una franchigia come Boston questa non è una nota a margine, ma una cosa enorme, perché puoi essere amato, discusso, ceduto o rimpianto, ma se sei stato MVP delle Finals con la maglia dei Celtics non passi più dalla porta laterale della storia, ci entri da davanti.

Jaylen Brown, però, è sempre stato anche qualcosa di più del tabellino, perché non ha mai dato l’impressione di essere il classico giocatore NBA in modalità automatica, fatto di palestra, cuffie, partita, conferenza stampa e frase prefabbricata verso la prossima trasferta.

Brown ha spesso mostrato interessi che andavano oltre il parquet, parlando di educazione, tecnologia, comunità, disuguaglianze e futuro, al punto da sembrare uno di quelli a cui puoi chiedere del pick and roll e ritrovarti, dopo tre minuti, in una conversazione sull’intelligenza artificiale, la responsabilità sociale e forse pure Platone.

La sua partenza, dunque, non è soltanto una perdita tecnica, perché Boston non perde semplicemente fisicità, difesa, penetrazioni, punti pesanti e presenza nei momenti importanti, ma perde anche un volto, una parte dell’identità recente della franchigia e metà della coppia che ha riportato il titolo.

Quando mandi via un giocatore così, non stai semplicemente facendo mercato, ma stai mandando un messaggio, e il messaggio, in questo caso, sembra abbastanza chiaro: i Celtics hanno deciso di rompere il giocattolo, o almeno di smontarlo prima che si rompa da solo.

È una cosa molto americana, molto NBA, molto da franchigia con il cuore in una mano e il foglio Excel nell’altra, perché negli Stati Uniti, quando una squadra crede che quel ciclo non possa più tornare davvero in vetta, raramente aspetta il lento declino.

Si taglia, si scambia, si riorganizza, si prendono scelte, si spostano contratti, si cambiano facce e si fa quella cosa terribile che loro chiamano “business” e che noi chiameremmo più semplicemente: “Ma come, proprio adesso che ci eravamo affezionati?”.

Eppure qui non siamo davanti a una demolizione totale, perché Boston non sembra voler bruciare tutto per ripartire dalle macerie, ma pare piuttosto intenzionata a ricostruire senza ammettere fino in fondo di stare ricostruendo.

È come ristrutturare casa lasciando ancora qualcuno dentro a dormire, solo che quel qualcuno porta il numero 0, si chiama Jayson Tatum e da questo momento diventa ancora più chiaramente il centro tecnico, simbolico e morale del progetto.

La cessione di Brown può essere letta anche come un grande atto di responsabilità verso Tatum, perché il messaggio sembra essere: il centro adesso sei tu, non più i Jays, non più la coppia, ma un riferimento unico attorno al quale ridisegnare il futuro.

È una cosa bella, pesante e pericolosa, perché essere il centro dei Boston Celtics non significa soltanto essere il miglior giocatore della squadra, ma anche diventare il bersaglio principale, quello a cui chiedono il tiro decisivo, la leadership, il titolo, la maturità e possibilmente anche la soluzione alla luxury tax.

Tatum resta, Brown se ne va, e in mezzo c’è la scelta di una dirigenza che non vuole dire apertamente “ricominciamo”, ma non può nemmeno fingere che tutto sia rimasto uguale a prima, perché quando sposti un Finals MVP non puoi cavartela dicendo che era solo una normale operazione di mercato.

Resta allora il parallelo tra i due Brown, con Dee Brown come numero 7 che saltava senza guardare e Jaylen Brown come numero 7 che guardava lontano, il primo capace di lasciare un’immagine iconica e il secondo capace di lasciare un titolo.

Entrambi, a modo loro, hanno dato vita a quel numero, ma nessuno dei due è riuscito a trasformarlo in eternità, perché il numero 7, nella storia dei Boston Celtics, resta ancora lì, indossato da venti giocatori, attraversato da campioni, comprimari, promesse e meteore, ma non ancora ritirato.

Jaylen Brown se ne va da campione, Dee Brown resta il ricordo volante di un’altra epoca, Jayson Tatum rimane a Boston con addosso una responsabilità enorme, e il numero 7 resta libero, almeno per ora, come se aspettasse ancora qualcuno capace di convincere il Garden che stavolta sì, quel numero non deve più tornare nell’armadietto.

Poi, certo, c’è la beffa finale, perché il 7 dei Celtics non è ritirato, nessuno dei venti che lo hanno indossato in verde è riuscito a portarlo fin lassù tra i numeri eterni del Garden, eppure bisogna ricordarsi una cosa abbastanza comica e abbastanza perfetta: quando Larry Bird, cioè la bandiera umana dei Boston Celtics, andò al Dream Team, aveva proprio il 7.

Quindi forse il numero 7, a Boston, non è mai stato davvero ritirato, ma si è soltanto preso una vacanza olimpica sulle spalle di Larry Legend, che come al solito aveva già capito tutto prima degli altri.


Abruzzo Sera è anche su Whatsapp.
Iscriviti al nostro canale per essere sempre aggiornato.

In primo piano

1927 Ep.90, Brunetti: «Qui sto bene. La fascia? Conta il bene della squadra»

Nuova stagione, squadra profondamente rinnovata e un punto fermo: Alessandro Brunetti. Il difensore dell’Aquila, ospite della prima puntata stagionale di “1927”, comincia il suo sesto anno in rossoblù. Un percorso iniziato in Eccellenza e proseguito fino alla Serie D, che lo ha reso uno dei volti più riconoscibili della squadra.

09 Set 2026
1927 Ep.90, Brunetti: «Qui sto bene. La fascia? Conta il bene della squadra»

Nuova stagione, squadra profondamente rinnovata e un punto fermo: Alessandro Brunetti. Il difensore dell’Aquila, ospite della prima puntata stagionale di “1927”, comincia il suo sesto anno in rossoblù. Un percorso iniziato in Eccellenza e proseguito fino alla Serie D, che lo ha reso uno dei volti più riconoscibili della squadra.

09 Set 2026
Ciak in Abruzzo per “Annabella Abbondante”: la nuova serie Rai si gira tra L’Aquila e Scoppito

Al via in Abruzzo le riprese di “Annabella Abbondante”, nuova serie Rai con Ester Pantano diretta da Pappi Corsicato. Set tra L’Aquila e Scoppito.

08 Set 2026
Stagione nera per gli incendi boschivi, tutte le lacune del sistema per i forestali del Fe.R.F.A.

L'analisi dettagliata sul crollo del Sistema Antincendio Boschivo da parte del FE.R.F.A. Che annuncia la richiesta di accesso agli atti per conoscere i costi (stratosferici) per lo spegnimento degli incendi.

07 Set 2026

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *