Quello che segue è l’intervento della segreteria nazionale Fe.R.F.A. (Federazione Rinascita Forestale e Ambientale) sul tema degli incendi boschivi in Italia, che vede un crescente allarme sociale e la necessità di un dibattito approfondito sulla gestione del fenomeno. L’articolo, firmato da Ezio Di Cintio ex Comandante di Stazione del Corpo Forestale dello Stato e poi dei Carabinieri Forestali, socio fondatore e membro della segreteria nazionale FeRFA, analizza le problematicità dell’attuale sistema antincendio, evidenzia i punti critici sullo spegnimento e offre delle proposte concrete per superare l’emergenza che aumenta ogni estate.
Il crollo del Sistema Antincendio Boschivo. «Così non si può più spegnere»: la lezione dell’incendio del Monte Morrone
L’incendio che nell’agosto 2026 ha devastato in Abruzzo il Monte Morrone, ha rappresentato una delle emergenze ambientali più significative dell’estate. E’ passato quasi un mese da quando le fiamme hanno iniziato a divorare i boschi del Morrone. Mentre infuriano le polemiche, sul campo Vigili del Fuoco e Protezione Civile ripetono lo stesso mantra: vento troppo forte, area impervia, pochi mezzi aerei. Una narrazione che, secondo esperti e addetti ai lavori, nasconde una verità scomoda: il sistema antincendio boschivo (AIB) italiano è in cortocircuito e la gestione emergenziale degli ultimi roghi in Abruzzo ne è l’ultima, tragica cartina di tornasole.
Secondo la Federazione Rinascita Forestale e Ambientale (Fe.R.F.A.), il caso del Morrone non può essere archiviato in questo modo, ma bisogna interrogarsi sull’organizzazione complessiva del sistema AIB e, soprattutto, sul rapporto tra prevenzione, presidio territoriale, professionalità forestale e risposta all’emergenza. Le responsabilità vanno trovate senza cercare facili assoluzioni che non aiutano a uscire dal pantano in cui si trova il sistema AIB in Italia e in particolare nella Regione Abruzzo.
Quando il fumo si dirada resta una domanda alla quale è necessario rispondere: il sistema italiano di prevenzione e lotta agli incendi boschivi è ancora adeguato alla dimensione e alla complessità degli incendi che oggi interessano il nostro territorio?
Un sistema di competenze sempre più articolato
La legge 21 novembre 2000, n. 353, ha costruito il sistema italiano dell’AIB attribuendo alle Regioni un ruolo fondamentale nella programmazione, organizzazione e gestione delle attività di previsione, prevenzione e lotta attiva.
Prima della riforma Madia, il Corpo forestale dello Stato (CFS) rappresentava una componente tecnica e operativa di particolare importanza all’interno di questo sistema. Con la soppressione del Corpo, divenuta effettiva dal 2017, le sue funzioni sono state distribuite principalmente tra l’Arma dei Carabinieri e il Corpo nazionale dei Vigili del Fuoco.
Oggi le Regioni attraverso la Protezione Civile, mantengono un ruolo centrale nell’organizzazione dell’antincendio boschivo. Il Corpo nazionale dei Vigili del Fuoco esercita importanti funzioni operative e concorre alla lotta attiva, mentre i Carabinieri Forestali svolgono funzioni di controllo, investigazione e tutela forestale e ambientale. A queste strutture si aggiungono gli enti locali e il volontariato organizzato.
Il problema, secondo Fe.R.F.A., risiede soprattutto nella dispersione di quella continuità tecnico-forestale che un tempo consentiva di collegare conoscenza del territorio, prevenzione, sorveglianza e intervento sul fuoco.
Un incendio boschivo non è soltanto un incendio che avviene in un luogo diverso da una città. È un fenomeno complesso nel quale interagiscono vegetazione, quantità e tipologia del combustibile, esposizione dei versanti, pendenza, vento, umidità, viabilità forestale e caratteristiche geomorfologiche.
Per questo occorrono competenze specialistiche e una conoscenza del territorio costruita nel tempo. Non è nostalgia: è specializzazione
Chi ha operato nel Corpo forestale dello Stato ricorda una cultura professionale fondata sulla presenza quotidiana nel territorio. Figure come il dott. Silvano Landi hanno rappresentato una scuola nella quale non si insegnava soltanto a intervenire davanti alle fiamme, ma a interpretare il comportamento del fuoco, conoscere i versanti, valutare l’esposizione ai venti e comprendere le condizioni del bosco e del sottobosco.
La questione, quindi, non può essere ridotta al solo confronto tra Forestali e Vigili del Fuoco, ma come un forestale non sarebbe capace di spegnere un incendio in una fabbrica, un vigile del fuoco non può essere all’altezza di un forestale in un incendio boschivo. Non è una questione di valore: sono specializzazioni diverse.
Il Corpo nazionale dei Vigili del Fuoco possiede professionalità e capacità operative indispensabili al sistema di soccorso nazionale. Allo stesso tempo, l’incendio boschivo presenta caratteristiche ecologiche e territoriali specifiche e richiede professionalità forestali specialistiche. Le due competenze non sono alternative: devono essere integrate.
La domanda da porsi è allora se, dopo la soppressione del CFS, questa integrazione sia stata effettivamente realizzata oppure se sia venuto meno un anello fondamentale della catena: quello rappresentato da un servizio forestale tecnico, civile, specializzato e stabilmente presente sul territorio.
Il vero problema non è avere più Canadair
Ogni volta che divampa un grande incendio ritorna una richiesta apparentemente inevitabile: servono più Canadair. Il professor Vittorio Leone, tra i maggiori studiosi italiani della protezione dagli incendi boschivi, ha più volte richiamato l’attenzione sui limiti di questa impostazione.
L’Italia dispone già di una delle più importanti flotte antincendio d’Europa. Il Corpo nazionale dei Vigili del Fuoco dispone di 18 Canadair CL-415, mentre durante la campagna AIB 2026 è stata programmata la disponibilità fino a 15 Canadair nel periodo di massimo impegno. Alla componente ad ala fissa si aggiungono gli elicotteri pesanti S-64 e gli ulteriori assetti messi a disposizione dalle amministrazioni dello Stato e dalle Regioni.
Il Canadair è uno strumento straordinariamente importante, ma non può rappresentare da solo la risposta agli incendi estremi.
L’efficacia dell’attacco aereo diminuisce infatti drasticamente all’aumentare dell’intensità del fronte di fiamma, i dati mostrano che è efficace solo su incendi con intensità fino a 5.000 kW/m (fiamme alte circa 3 metri). La sua azione si basa sulla sottrazione di energia tramite evaporazione dell’acqua, ma la quantità sganciata (circa 2,4 litri per mZ) è limitata, Questi incendi hanno intensità maggiori di 10.000 kW/m (con fiamme anche di 10 metri), velocità di propagazione elevatissime e generano fuochi secondari a grande distanza.
In questi casi, l’azione dei mezzi aerei è quasi irrilevante. Ad esempio, per spegnere un incendio estremo su un ettaro servirebbero circa 2 milioni di litri d’acqua ogni ora, una quantità che nessuna flotta aerea può garantire.
Negli incendi più violenti, caratterizzati da elevate velocità di propagazione, colonne convettive, trasporto di materiale incandescente e formazione di focolai secondari anche a notevole distanza, nessuna flotta aerea può garantire da sola il controllo dell’incendio.
L’acqua sganciata dall’alto può rallentare il fronte, abbassarne temporaneamente l’intensità e creare condizioni migliori per l’intervento terrestre. Ma l’incendio si spegne definitivamente a terra.
Ed è proprio qui che diventano fondamentali la viabilità forestale, le fasce strategiche, la riduzione preventiva della biomassa, la presenza di squadre specializzate e la conoscenza del territorio.
Cambiamento climatico e abbandono del territorio
Qualsiasi analisi seria deve inoltre riconoscere che gli incendi boschivi di oggi si sviluppano in condizioni differenti rispetto a quelle di alcuni decenni fa. Periodi prolungati di siccità, temperature elevate, eventi meteorologici estremi e progressivo abbandono delle aree rurali favoriscono l’accumulo di biomassa e aumentano la possibilità che un incendio raggiunga intensità difficilmente controllabili, se non spento sul nascere.
Questo significa che non sarebbe corretto attribuire automaticamente alla sola soppressione del Corpo forestale l’aumento della gravità degli incendi. Significa però anche il contrario: proprio perché il rischio sta aumentando, il Paese avrebbe bisogno di una struttura forestale ancora più specializzata, presente e capace di lavorare sul territorio durante tutto l’anno.
Non possiamo affrontare incendi sempre più complessi limitandoci a potenziare la capacità di intervenire quando il fuoco è già divampato. È necessario un cambio di paradigma. La politica antincendio non può essere prevalentemente una politica di estinzione. Occorre intervenire prima.
Ridurre il carico di combustibile nelle aree maggiormente esposte attraverso una corretta gestione selvicolturale; realizzare e mantenere infrastrutture e fasce strategiche; recuperare terreni agricoli e pascoli abbandonati; garantire l’accessibilità delle aree forestali; utilizzare, dove tecnicamente appropriato e in condizioni di sicurezza, strumenti come il fuoco prescritto; formare la popolazione e rafforzare la capacità delle comunità locali di convivere con il rischio.
Serve inoltre investire nell’analisi delle cause. Gli incendi dolosi devono essere oggetto di una forte attività investigativa, distinguendo attentamente tra condotte individuali, comportamenti colposi ed eventuali fenomeni criminali organizzati quando emergano concreti elementi investigativi.
La prevenzione non produce le immagini spettacolari di un Canadair che scende su un lago e sgancia migliaia di litri d’acqua. Ma è proprio la prevenzione a poter impedire che quel Canadair debba decollare.
Il caso Morrone
L’incendio del Monte Morrone rappresenta un caso emblematico. È la dimostrazione concreta che la tecnologia e i mezzi aerei sono fondamentali, ma devono essere inseriti in una strategia territoriale complessiva; altrimenti, oltre al bosco, vanno in fumo svariati milioni di euro, senza che sia stato raggiunto alcun obiettivo.
Quanto costa intervenire quando il bosco sta già bruciando? Anche l’aspetto economico merita attenzione. Un grande incendio richiede, per giorni, l’impiego di aeromobili, elicotteri, automezzi, personale professionale, volontari, strutture logistiche e attività successive di sorveglianza e bonifica. Il costo complessivo può diventare enorme.
Il conto dei Canadair
Il costo orario per l’utilizzo di un Canadair, come riportato da diverse fonti, si attesta sui 13.000 euro, basandosi sull’attuale contratto . Per avere un’idea della spesa complessiva, facciamo una semplice proiezione basata sui dati dell’emergenza. Si stima che siano stati effettuati quasi 1.800 lanci per un totale di 12 milioni di litri di acqua ed estinguente sganciati, un volume che in alcune stime è stato quantificato addirittura in 32 milioni di litri . Queste operazioni, per quanto necessarie per proteggere le comunità, hanno un costo, e l’efficacia è spesso limitata in aree impervie.
Secondo le ricostruzioni giornalistiche, durante l’incendio sono stati impegnati mediamente 3 o 4 Canadair al giorno, che hanno operato per circa 8 ore. Se consideriamo solo 13 giorni di interventi (dal 9 agosto, ma al 5 settembre ancora l’incendio non è spento ma in bonifica con qualche canadair ancora operativo) con 3 mezzi, si arriva a una spesa di circa 4,68 milioni di euro solo per i voli, un calcolo che non tiene conto delle ore eccedenti o delle giornate con più mezzi impiegati, ma noi abbiamo avute stime che solo per gli interventi dei canadair, sono almeno cinque volte di più. A cui vanno aggiunti gli interventi dell’elicottero Erikson S-64 e degli elicotteri regionali, il personale a terra e tutti gli altri mezzi. Uno sperpero di denaro pubblico allucinante: per questo la Fe.R.F.A. ritiene pertanto necessario che, conclusa l’emergenza, siano resi pubblici i dati relativi alle ore effettivamente volate, ai mezzi impiegati e ai costi complessivamente sostenuti.
Questo serve non solo per la trasparenza, ma per confrontare quanto spendiamo nell’emergenza con quanto investiamo nella prevenzione. È questa la vera domanda economica: quanto sarebbe costato ridurre preventivamente il rischio rispetto a quanto costa affrontare un grande incendio per settimane?
Le proposte per un nuovo sistema – Restituire un ruolo centrale ai territori
Per uscire dall’impasse, la Fe.R.F.A. propone un ripensamento radicale. Il primo passo è ricostruire il legame tra le comunità e la prevenzione. I Comuni devono tornare ad avere un ruolo attivo. Gli operai forestali, un tempo assunti dalle amministrazioni locali e debitamente formati, conoscono benissimo il proprio territorio e possono fare prevenzione tutto l’anno, riducendo la biomassa, attuando la ripulitura delle aeree di ex coltivi abbandonate da anni, realizzare fasce tagliafuoco e tenerle pulite e intervento con lo spegnimento attivo in estate.
Bisogna tener conto che la Legge 353/2000 riconosce ai Comuni un ruolo centrale e un vero e proprio dovere nella prevenzione degli incendi boschivi, che si estende ben oltre la manutenzione delle aree boscate demaniali, i Comuni hanno il potere-dovere di intervenire anche sui fondi privati in stato di abbandono.
Le ordinanze sindacali, emanate ai sensi della stessa legge, impongono a proprietari, affittuari e conduttori di terreni di ogni categoria d’uso (da terreni agricoli ad aree incolte) di provvedere alla pulizia da sterpaglie e vegetazione secca e alla realizzazione di fasce protettive . In caso di inadempienza, la legge fornisce ai Comuni gli strumenti per agire in via sostitutiva: questi possono eseguire d’ufficio i lavori di messa in sicurezza, addebitandone integralmente i costi ai proprietari morosi, oltre ad applicare sanzioni amministrative.
Questo meccanismo è fondamentale per prevenire gli incendi, contrastando il degrado e l’incuria che trasformano vaste aree, spesso private, in serbatoi di combustibile pronti ad alimentare i roghi. Ma spesso gli stessi Comuni sono inadempienti, come anche le Regioni che nonostante i fondi del PSR sono anni che non effettuano il diradamenti selettivi (taglio di alberi selezionati per ridurre la densità del bosco, migliorandone la salute e la resilienza ), la diversificazione delle specie (rimozione di conifere per favorire la crescita di latifoglie autoctone, meno infiammabili e più resistenti al fuoco) e la pulizia del sottobosco (eliminazione della vegetazione infestante e della biomassa secca che può alimentare le fiamme).
Una Protezione Civile AIB sempre più specializzata
Un altro punto riguarda il volontariato. Il contributo dei volontari di Protezione Civile è essenziale e rappresenta una delle grandi risorse del sistema italiano. Ma operare su un incendio boschivo richiede preparazione specifica. Occorrono conoscenza del comportamento del fuoco, capacità di valutazione del rischio, preparazione fisica, addestramento continuo, conoscenza degli strumenti e capacità di operare in sicurezza in ambienti difficili.
Fe.R.F.A. propone pertanto di rafforzare la specializzazione delle squadre AIB, creando percorsi formativi e operativi specificamente dedicati agli incendi boschivi e garantendo una sempre maggiore integrazione con le professionalità forestali.
Ricostruire un servizio forestale tecnico e civile
A quasi dieci anni dalla soppressione del Corpo forestale dello Stato è legittimo affermare che la cosiddetta “Riforma” Madia non abbia raggiunto gli obiettivi che si proponeva, in primis il “risparmio”. La risposta non è ideologica, ma basata su fatti evidenti che si sono palesati anche ai cittadini e alle amministrazioni locali.
Fe.R.F.A. ritiene comunque necessario aprire una valutazione pubblica e basata sui dati confrontando il periodo precedente e successivo alla riforma: numero degli incendi, superfici percorse dal fuoco, tempi di intervento, personale specializzato disponibile, investimenti nella prevenzione, ore di volo, costi della lotta attiva e capacità di presidio territoriale.
Solo un’analisi di questo tipo consentirà di comprendere fino in fondo quali aspetti dell’attuale sistema funzionino e quali debbano essere modificati. Ma un principio appare ormai difficilmente contestabile: il bosco deve tornare al centro della politica antincendio.
Fe.R.F.A. propone pertanto la ricostruzione di un servizio forestale nazionale tecnico e civile, fortemente specializzato, capace di coordinarsi con Regioni, Vigili del Fuoco, Carabinieri Forestali, Protezione Civile, Comuni e volontariato.
Non si tratta necessariamente di riprodurre esattamente il Corpo forestale dello Stato del passato. Si tratta di recuperare ciò che con la sua soppressione rischia di essere stato disperso: presenza territoriale, competenza forestale, memoria dei luoghi, prevenzione e continuità professionale.
Un appello alla politica
La questione non può diventare una battaglia tra Corpi dello Stato e neppure una bandiera politica. Quando brucia una montagna non esistono incendi di destra o di sinistra. Esiste un patrimonio naturale che viene distrutto, esistono comunità esposte al rischio ed esistono risorse pubbliche che devono essere utilizzate nel modo più efficace possibile.
Per questo Fe.R.F.A. rivolge un appello al Governo, al Parlamento, alle Regioni e agli enti locali affinché venga aperto un confronto nazionale sul futuro della prevenzione e della lotta agli incendi boschivi. Continuare a intervenire prevalentemente quando le fiamme sono già diventate un’emergenza significa accettare di rincorrere ogni estate lo stesso problema.
La prevenzione costa. La gestione forestale costa. La presenza di personale specializzato sul territorio costa. Ma un bosco distrutto costa infinitamente di più. Costa in termini di interventi di emergenza, dissesto idrogeologico, perdita di biodiversità, emissioni, danni economici e rischio per le comunità.
Il Monte Morrone deve quindi diventare non soltanto il simbolo di un’altra estate di incendi, ma l’occasione per interrogarsi sul modello che vogliamo costruire per i prossimi decenni. Perché nell’epoca degli incendi estremi non basta avere più acqua da gettare sulle fiamme. Bisogna avere meno territorio nelle condizioni di bruciare. E per farlo occorrono persone che quel territorio lo conoscano, lo presidino e se ne occupino ogni giorno, non soltanto quando diventa un’emergenza.
Qualora la politica continui a non affrontare concretamente la necessità di ricostruire nel Paese un servizio forestale tecnico e civile, Fe.R.F.A. intende promuovere un confronto pubblico con cittadini, amministrazioni locali, associazioni e operatori del settore sulle iniziative da intraprendere, compresa, ove ne ricorrano i presupposti costituzionali e giuridici, la possibilità di promuovere una raccolta di firme per un referendum.
Non per tornare indietro per nostalgia. Ma per recuperare competenze che possono servire al futuro.
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