Red
La stagione dell’Aquila 1927 si avvia verso una conclusione che lascia l’amaro in bocca, delineandosi come un fallimento sportivo che merita un’analisi profonda, lucida e priva di sconti. Per comprendere come una piazza così importante e una società solida si siano ritrovate fuori dai giochi prematuramente, è necessario tornare alle radici del progetto tecnico estivo. Il peccato originale di questa annata risiede nella gestione iniziale affidata al binomio Pochesci-Rossini. In quella fase, nonostante la disponibilità di un budget di prim’ordine e la firma di nomi altisonanti, è stata costruita una squadra sbilanciata, priva di quell’equilibrio difensivo che rappresenta la conditio sine qua non per vincere i campionati di categoria. Si è puntato molto sull’estetica e sui singoli, dimenticando che la Serie D si vince con la solidità e con una struttura capace di reggere l’urto dei campi caldi della provincia.
Le gestioni tecniche, di Fucili e l’attuale di Chianese, che si sono succedute hanno ereditato una situazione compromessa, diventando di fatto vittime di quegli errori strutturali commessi a monte. Nonostante i tentativi di correggere il tiro, il mercato di riparazione tra dicembre e gennaio non ha sortito gli effetti sperati. Le operazioni invernali sono risultate insoddisfacenti e non sono riuscite a colmare le lacune organiche o a raddrizzare una barca che imbarcava acqua nei momenti decisivi. In un torneo dove la continuità è tutto, L’Aquila ha pagato a caro prezzo l’assenza di una visione tecnica coerente sin dal primo giorno di ritiro ad Ovindoli, dimostrando che la disponibilità di risorse economiche, se non supportata da una costruzione razionale della rosa, può trasformarsi in un boomerang.
Tuttavia, il caso dell’Aquila apre una riflessione più ampia sul sistema calcio in Italia. La Serie D è diventata un vero e proprio imbuto, un collo di bottiglia spietato all’interno della piramide calcistica nazionale. È un paradosso sportivo ed economico: club storici e piazze importanti investono milioni di euro per allestire corazzate che, per un soffio o per una partenza falsa, rischiano di trovarsi senza obiettivi già a dicembre. Questo meccanismo brucia risorse, entusiasmo e progettualità, rendendo il dilettantismo di vertice un gioco d’azzardo estremamente pericoloso per la sopravvivenza stessa delle società.
Per ovviare a questa deriva, appare urgente una riforma che introduca un sistema premiale per i play-off. Allo stato attuale, gli spareggi post-campionato rappresentano spesso un esercizio di stile con scarse ricadute concrete. L’introduzione di un posto aggiuntivo per la promozione in Serie C, da assegnare tramite una fase nazionale tra le vincenti dei play-off di girone, cambierebbe radicalmente lo scenario. Una riforma di questo tipo garantirebbe una visibilità maggiore al torneo, attirerebbe sponsor e, soprattutto, assicurerebbe la regolarità del campionato fino all’ultima giornata. Se ci fosse un traguardo reale e tangibile per cui lottare oltre il primo posto, ogni squadra sarebbe motivata a mantenere alta la guardia, evitando che la seconda metà della stagione si trasformi in una lenta agonia per chi non ha centrato il primato, a beneficio dello spettacolo e della meritocrazia.
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