di Federico Del Monaco
I Celtics hanno ritirato 24 numeri e il 7 di Jaylen Brown potrebbe essere il prossimo. Poi arriverà quasi certamente lo 0 di Jayson Tatum. A Boston la storia non manca: cominciano a mancare le cifre. Tra leggende intoccabili, maglie appese al soffitto e qualche scelta sulla quale si può ancora convocare una commissione d’inchiesta, il problema non è più chi meriti l’onore. È capire cosa scrivere sulla schiena di quelli che restano.
Il problema non è Brown. È la matematica
C’è un problema a Boston.
Non grave come perdere una gara 7 (questo numero sta diventando un’ossessione) contro i Lakers, sia chiaro. Ma nemmeno trascurabile.
Stanno finendo i numeri.
Brad Stevens ha detto che il 7 di Jaylen Brown, dopo dieci anni in verde e il titolo del 2024, probabilmente un giorno finirà lassù, sul soffitto del Garden.
E la prima reazione è abbastanza semplice: certo che sì.
Brown è stato cinque volte All-Star, due volte All-NBA, MVP delle finali di Conference 2024 e, soprattutto, MVP delle Finals che hanno portato a Boston il diciottesimo titolo.
Il 7 può salire.
Il problema è che quando salirà bisognerà trovargli posto.
Perché i Boston Celtics hanno già ritirato 24 numeri.
Una squadra NBA manda in campo cinque giocatori. Boston potrebbe quasi organizzare cinque quintetti utilizzando soltanto gente alla quale è proibito prestare la maglia.
E non abbiamo ancora ritirato lo 0 di Jayson Tatum.
Continuando così, prima o poi bisognerà passare al sistema esadecimale.
«Con il numero 3F, da Duke University…»
Il pubblico del Garden applaudirà senza avere la minima idea di chi stia entrando.
Diciannove anni. Emozionato. Arriva a Boston, vede gli stendardi, i trofei, le fotografie di Russell e Bird. Gli spiegano cosa significhi giocare per quella maglia.
Poi arriva il momento più difficile.
«Che numero vuoi?»
«Il 6.»
«Russell.»
«Il 33.»
«Bird.»
«Il 34?»
«Pierce.»
«Il 5?»
«Garnett.»
«Il 32.»
«McHale.»
«Il 00?»
«Parish.»
Il ragazzo comincia a sudare.
«Il 7?»
«Brown.»
«Lo 0?»
Silenzio.
«Lascia perdere. Quello lo stiamo tenendo da parte.»
A quel punto gli consegneranno l’elenco dei numeri disponibili.
Non sembrerà il roster dei Boston Celtics.
Sembrerà l’ufficio immatricolazioni della Motorizzazione Civile.
Tra qualche anno sulle maglie non avremo più numeri: avremo targhe automobilistiche.
Larry Bird aveva il 33.
Il rookie del 2037 avrà GR 481 CX.
Ma cosa significa ritirare una maglia?
Qui però, dietro il gioco, comincia la questione seria.
Ritirare una maglia non significa semplicemente dire che un giocatore è stato forte.
Altrimenti al soffitto del Garden servirebbe un controsoffitto.
Significa prendere un numero e dichiarare che quel giocatore lo ha identificato al punto che nessun altro Celtic dovrà più indossarlo.
Per sempre.
È una decisione enorme.
Il 33 non è più un numero. È Larry Bird.
Il 6 è Bill Russell.
Il 17 è John Havlicek.
Quelli non si discutono.
Poi però si continua a guardare verso il soffitto. E qualcosa cambia.
Perché tra i numeri ritirati dai Celtics ci sono le divinità, gli eroi, i campioni, i grandi giocatori.
E poi ci sono quelli davanti ai quali viene spontaneo inclinare leggermente la testa.
Non per dire no. Solo per dire: «Aspetta un momento.»
Ed è qui che apre il circo.
Prima che qualcuno trasformi il premio di MVP delle Finals in una pratica automatica per il ritiro della maglia, fermiamo il carro.
Non tutti i Finals MVP meritano di avere il numero ritirato.
Altrimenti il premio diventerebbe un preliminare notarile.
«Complimenti per le Finals. Firmi qui. La maglia verrà issata entro trenta giorni lavorativi.»
Non funziona così.
Cedric Maxwell è stato Finals MVP nel 1981. Andre Iguodala lo è stato nel 2015, Kawhi Leonard a San Antonio nel 2014.
Un Finals MVP fotografa una serie.
Una maglia ritirata dovrebbe fotografare un’epoca.
Ed è questo che rende forte il caso Brown.
Perché anche togliendo dal tavolo quel trofeo restano dieci stagioni, cinque All-Star, due All-NBA, anni di finali di Conference, due Finals disputate e soprattutto la metà di una coppia che ha definito una generazione dei Celtics.
Poi possiamo rimettere sul tavolo il Finals MVP.
E il tavolo comincia a scricchiolare.
Perciò sì, il 7 ha gli argomenti per salire.
Ma non perché esista l’equazione: Finals MVP = maglia ritirata.
Quella sarebbe matematica da Lakers.
A Boston, almeno sulla carta, pretendiamo qualcosa di più.
Il 7 di Jaylen Brown potrebbe essere ritirato quando Jaylen Brown non sarà più un giocatore dei Boston Celtics.
E non perché abbia salutato tutti, fatto il giro del campo e annunciato che finalmente avrebbe avuto più tempo per pescare.
No.
Dopo una cessione.
Dopo il trauma.
Dopo quello che, per una parte dei tifosi, avrà inevitabilmente il sapore del tradimento.
Il giocatore va via e la maglia resta. Anzi, sale.
È quasi una separazione sentimentale particolarmente malata.
«Non possiamo più stare insieme.»
«Capisco.»
«Però appenderò la tua maglietta al soffitto.»
«Forse stai esagerando.»
L’effetto Jordan
Noi parliamo del ritiro delle maglie come se il tempo fosse una linea retta.
Un giocatore arriva, gioca, vince, se ne va, si ritira.
La squadra appende il numero.
Fine.
Michael Jordan ci ha insegnato che la parola fine, nello sport professionistico, va utilizzata con la stessa prudenza con cui nei film horror si dichiara morto il mostro.
E allora immaginiamo.
Boston ritira il 7 di Brown.
Cerimonia, video, applausi. La maglia sale verso il soffitto.
Passano alcuni anni.
Telefonata.
«Jaylen, che ne dici di tornare a Boston?»
«Ci sto.»
Benissimo.
Piccolo problema.
Il 7 non è più disponibile.
Brown entrerebbe nello spogliatoio scoprendo di non poter indossare il numero di Jaylen Brown perché appartiene a Jaylen Brown.
«Vorrei il 7.»
«Non possiamo.»
«Perché?»
«È ritirato.»
«Per chi?»
«Per te.»
«Ah.»
A quel punto rimangono tre possibilità.
Una deroga.
Staccare temporaneamente la maglia dal soffitto.
Oppure assegnargli una targa automobilistica.
JB 007 MA.
Boston, abbiamo finito i numeri
E alla fine torniamo al punto di partenza.
Il 7 può essere ritirato.
Probabilmente deve esserlo.
Lo 0 di Tatum sembra avere già prenotato il posto accanto.
E dopo?
Perché la storia dei Celtics, fortunatamente, non finirà con loro.
Arriveranno altri giocatori, qualcuno vincerà, qualcuno diventerà una leggenda.
E i numeri continueranno a diminuire.
Passeremo al sistema esadecimale.
Poi alle targhe automobilistiche.
Alla fine resteranno le coordinate GPS.
«Con 42°21’29” Nord, 71°03’44” Ovest, da Duke University…»
E magari un giorno Jaylen Brown tornerà davvero.
Troverà il 7 appeso sopra la sua testa e scoprirà che nel frattempo qualcuno gli ha assegnato il codice fiscale.
Non possiamo saperlo.
Giocatori che se ne vanno. Giocatori che tornano. Nemici che diventano compagni. Compagni che diventano nemici. Maglie ritirate che, un giorno, potrebbero perfino servire di nuovo.
Con quel ritiro ci perdiamo la possibilità di vedere un terzo Brown a indossare la 7 e questa è tutta un’atra storia. Ormai solo una cosa è certa: la NBA è come il multiverso Marvel.
E ne sappiamo maledettamente poco.
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