Le donne del Bangladesh costrette a spostarsi per produrre i nostri vestiti

Le donne del Bangladesh costrette a spostarsi per produrre i nostri vestiti
di Sara Ramzi
A Dhaka, in Bangladesh, la popolazione aumenta e lo sfruttamento si intensifica al ritmo della richiesta di vestiti dell’Occidente. A raccontarlo il videomaker messinese Giuseppe Bertuccio D’Angelo, nel suo recente reportage “Made in Bangladesh” (in foto)

Il Bangladesh è il secondo paese al mondo a produrre vestiti. Ad oggi, è anche quello che paga il prezzo più alto rispetto alle conseguenze dei cambiamenti climatici.

Questi sono i due elementi che determinano la “scelta” – obbligata – di molte persone nel paese: migrare per inserirsi nel circuito dell’industria tessile.

Gli eventi meteorologici estremi, infatti, sono sempre più frequenti a causa del cambiamento climatico e sono sotto i nostri occhi in qualsiasi parte del mondo. Le catastrofi naturali devastano continuamente campi e terreni, rendendo l’allevamento e l’agricoltura impossibili da praticare in molte zone del paese asiatico.

Per chi vive di queste attività l’unica opzione per sopravvivere è quindi migrare. Secondo il Mayors Migration Council, il flusso di migranti climatici che si spostano internamente, partendo dalle zone rurali del paese verso le aree urbane è di 2mila persone al giorno.

La meta principale è la capitale Dhaka, decima città per popolazione al mondo, dove attualmente vivono oltre 14 milioni di persone.

A partire dagli anni ’90, la popolazione negli slum cresce al ritmo della richiesta dell’industria del fast fashion, che fa del paese e delle periferie delle sue megalopoli le principali basi in cui lavorare a capi d’abbigliamento che costano e durano poco.

Solo nella capitale si contano oltre 5mila baraccopoli, per un totale di almeno 4 milioni di persone. Nel Paese ci sono circa 5mila fabbriche, di cui 3mila a Dhaka. Entrarci vuol dire scoprire con i propri occhi il prezzo, già noto, dei vestiti che indossiamo: 0,20 euro all’ora è il compenso per la manodopera.

Lo racconta “Made in Bangladesh – la storia dei bambini operai del Fast Fashion”, un reportage sul canale youtube “Progetto Happiness” del videomaker messinese Giuseppe Bertuccio D’Angelo, realizzato in collaborazione con ActionAid.
Dando voce agli abitanti di Korail Bosti, una delle baraccopoli più popolate di tutto il Bangladesh, dimostra come l’inquinamento e lo sfruttamento – in larga parte femminile e minorile – gravano sulla vita di milioni di persone, nel paese in cui un terzo della popolazione vive sotto la soglia della povertà.

La rassegnazione è dilagante. Le donne e in particolare le bambine, sono le più ambite nelle fabbriche perché ritenute “più precise”.
“Mi sento sempre stanca perché lavoro tutto il giorno, tutti i giorni, senza giorno di riposo. […] Se avessi potuto continuare a studiare, sarei riuscita ad aiutare i miei genitori con un buon lavoro e sarei stata indipendente. Sarebbe stato bello se fosse andata così”, racconta ai microfoni di Progetto Happiness Jui, 12 anni.

Le telecamere scorrono – fino a dove è stato concesso loro di arrivare – tra i tessuti e le teste chine di donne, uomini, bambini  nelle fabbriche e nelle concerie, dove le temperature alte rendono ancora più duro il lavoro, ed entrano nelle case dello slum in cui i letti sono rialzati con i mattoni per il rischio di alluvioni.

Il tema delle condizioni dei lavoratori nell’industria della moda non è affatto nuovo. Già nell’aprile 2013 l’attenzione del mondo si concentrò sul Paese a causa della strage di Rana Plaza, in cui un edificio commerciale di otto piani crollò per via di un cedimento strutturale, causando la morte di oltre mille persone e 2600 feriti.

La situazione, tuttavia, non sembra cambiata molto, nonostante si provi ad affermare il contrario: i dati dimostrano che la popolazione a Dhaka è in aumento in maniera costante.
Gli effetti del cambiamento climatico sono sempre più tangibili su scala globale.
I salari continuano ad essere tra i più bassi al mondo, nonostante l’ondata di grandi proteste nel paese del novembre scorso, in cui lavoratori e lavoratrici hanno rivendicato l’innalzamento del salario minimo a 193 euro, a fronte dei 68 percepiti, ottenendone infine 106 e riuscendo a far chiudere alcune fabbriche.

Un ulteriore paradosso lo racconta un’indagine recente di Greenpeace, che spiega la problematicità dei resi e di come i capi d’abbigliamento destinati al mercato occidentale – e prodotti nelle condizioni appena raccontate – spesso percorrano fino a 10mila km per poi rimanere invenduti.

Queste testimonianze dirette lo confermano, dunque, ancora una volta: le persone continuano ad essere costrette a subire un sistema per cui non sono altro che “pedine sacrificabili nel gioco del profitto”.


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