I New York Knicks campioni NBA dopo 53 anni

I New York Knicks campioni NBA dopo 53 anni
15 Giu 2026

di Federico Del Monaco

 

Il Madison Square Garden aspettava solo da mezzo secolo

I New York Knicks sono campioni NBA. Nella notte italiana tra sabato 13 e domenica 14 giugno 2026, la squadra di New York ha battuto i San Antonio Spurs 94-90 in Gara 5 delle Finals, chiudendo la serie sul 4-1 e conquistando il titolo della stagione 2025-26, l’80ª edizione del campionato NBA. Vince l’Est e personalmente abbandonerei per altri 53 anni l’idea di fondere le conference.

È un successo storico, perché i Knicks non vincevano l’anello dal 1973. Cinquantatré anni di attesa, promesse, rifondazioni, mezze rifondazioni, draft vissuti come sedute spiritiche e un Madison Square Garden costretto troppo spesso a vivere di nostalgia e celebrità a bordo campo.

L’ultimo titolo era arrivato contro i Los Angeles Lakers. Quello di oggi riporta New York al centro della pallacanestro americana e consegna alla franchigia il terzo campionato NBA della sua storia. Una frase che, per un tifoso Knicks, fino a ieri sembrava fantascienza.

Brunson, il leader che scrive il finale

Il protagonista assoluto è stato Jalen Brunson, nominato MVP delle Finals. In Gara 5 ha firmato una prestazione da leader totale: 45 punti, 14 tiri segnati su 27 dal campo e 15 punti nel solo quarto periodo. Tradotto: quando la partita ha iniziato a tremare, lui no.

È stato Brunson a prendersi il peso offensivo della squadra nel momento decisivo, guidando la rimonta finale dei Knicks, capaci di vincere l’ultimo parziale 29-18 e di spegnere la resistenza degli Spurs. In una lega piena di corpi alieni, misure da fantascienza e aperture alari progettate dalla NASA, Brunson continua a ricordare che il basket non è soltanto centimetri: è lettura, freddezza, ritmo e cattiveria agonistica.

San Antonio, trascinata da Victor Wembanyama, è partita forte, come in ogni gara, ha subito la rimonta pur restando aggrappata alla partita fino alla fine. Il francese ha chiuso con 19 punti, 14 rimbalzi e 5 stoppate, numeri importanti ma non sufficienti per allungare la serie. Gli Spurs hanno pagato la maggiore solidità dei Knicks nei possessi decisivi; New York, invece, ha trovato in Brunson il volto perfetto di un titolo costruito sulla capacità di non crollare proprio quando tutto sembrava apparecchiato per il solito disastro newyorkese.

Che infatti, questa volta, non è arrivato.

Quando la storia bussa, meglio essere vestiti

C’è una frase di Giannis Antetokounmpo che sembra scritta apposta per notti come questa. Il campione greco-nigeriano dei Milwaukee Bucks, vincitore del titolo NBA nel 2021 e nominato MVP delle Finals dopo una leggendaria Gara 6 da 50 punti contro i Phoenix Suns, ha spesso parlato del momento: della capacità di farsi trovare pronti quando la storia bussa alla porta.

Che poi la storia, bisogna dirlo, non bussa mai con educazione. Arriva, ti mette davanti la partita della vita, e a quel punto puoi fare due cose: aprire o fingere di non essere in casa.

Giannis ne sa qualcosa. Prima di diventare una delle stelle più dominanti della pallacanestro mondiale, era un ragazzo cresciuto a Sepolia, quartiere popolare di Atene, figlio di immigrati nigeriani. Da bambino, insieme al fratello Thanasis, vendeva oggetti per strada: occhiali, borse, piccoli articoli, qualsiasi cosa potesse aiutare la famiglia.

Per questo le sue parole sul “momento” pesano più di una frase da conferenza stampa. Giannis parla di quel secondo preciso in cui tutto quello che hai vissuto — fame, fatica, paura, orgoglio, disciplina — si concentra in una scelta: scappare o restare. Tirare indietro la mano o prendersi il tiro.

Si racconta che, quando i primi soldi veri cominciarono ad arrivare, Giannis e suo fratello andarono in un ristorante. Avrebbero potuto ordinare qualsiasi cosa. Invece presero un’insalata. E piansero. Non per tristezza, ma per memoria. Per ricordarsi che la ricchezza non cancella la strada, non cancella la fame, non cancella i giorni in cui ogni moneta contava.

Ecco perché il titolo dei Knicks può essere letto anche così: non solo come una vittoria sportiva, ma come il momento in cui una squadra, una città e un’intera storia hanno sentito bussare alla porta.

E questa volta New York ha aperto.

San Antonio ha perso. Quindi ha iniziato a vincere

Adesso comincia la parte più interessante. Perché il titolo dei Knicks non chiude soltanto una stagione: apre una fase nuova della NBA.

New York dovrà difendere quello che ha appena conquistato, e questo spesso è ancora più difficile che vincere la prima volta. Da inseguitrice diventerà bersaglio. Ogni avversaria vorrà misurarsi con i campioni, perché l’anello è bellissimo, certo, ma ha un piccolo difetto: appena lo vinci, tutti vogliono togliertelo dal dito.

San Antonio, invece, esce sconfitta ma non ridimensionata. Gli Spurs hanno perso le Finals perché sono ancora una squadra giovane, perché il talento non basta sempre, perché certe partite bisogna anche imparare a perderle prima di capire come si vincono.

Victor Wembanyama ha imparato. Ha sentito sulla pelle cosa significa arrivare fino in fondo e scoprire che il fondo non è ancora abbastanza. È una lezione durissima, ma nella storia della NBA quasi tutti i grandi sono passati da lì: dalla delusione, dall’occasione mancata, dalla notte in cui capisci che il talento ti porta alla porta, ma poi devi essere tu ad attraversarla.

La sconfitta degli Spurs non è una bocciatura. È una tassa d’ingresso.

Una NBA giovane, feroce e finalmente imprevedibile

E intorno a Knicks e Spurs ci sono le altre. Oklahoma City è arrivata fino alla finale di Conference a Ovest. Squadra giovane, profonda, già competitiva, costruita non per un lampo ma per durare.

È una NBA tutta da vivere. Giovane, atletica, tecnica, piena di stelle che non sembrano più aspettare il permesso dei vecchi padroni della lega. Brunson, Wembanyama, Shai Gilgeous-Alexander, Anthony Edwards, Paolo Banchero, Tyrese Haliburton: nomi diversi, squadre diverse, città diverse, ma la stessa sensazione di fondo. Il campionato sta cambiando pelle.

Per anni la NBA ha vissuto di dinastie, superteam, gerarchie pesantissime e stagioni in cui sembrava di conoscere già il finale prima ancora della palla a due. Adesso sembra tornata imprevedibile. Più aperta, più feroce, più divertente. Come non lo era da tanto tempo.

Non c’è una sola squadra destinata a comandare: ce ne sono tante pronte a darsi battaglia, ciascuna con la propria fame, la propria ferita, la propria occasione. New York ha appena vinto, San Antonio ha appena imparato, Oklahoma City è lì, e dietro si muove un’intera generazione che non ha nessuna intenzione di chiedere permesso.

I Knicks hanno aperto la porta quando la storia ha bussato. Gli Spurs l’hanno sentita, ma non erano ancora pronti. La prossima volta potrebbero esserlo.

E il bello è che non saranno gli unici.


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