Finali NBA 2026: l’alieno francese pronto per lo scontro finale

Finali NBA 2026: l’alieno francese pronto per lo scontro finale
01 Giu 2026

di Federico Del Monaco

Come Colombo e Vespucci, saliamo idealmente su una nave e attraversiamo l’oceano per scoprire una delle meraviglie d’oltreoceano: il basket americano. Negli Stati Uniti questo sport ormai centenario catalizza interessi, passioni, televisioni, sponsor e una quantità di statistiche che basterebbero a far tremare un commercialista. E il suo fascino, poco alla volta, non lascia indifferenti nemmeno noi italiani.

Diversa per ritmo, spettacolarità e cultura dalla pallacanestro europea, l’NBA è molto più di un campionato: è uno show pensato per intrattenere, appassionare e, possibilmente, convincerti che dormire sia un’attività sopravvalutata.

Il basket, a volerlo spiegare in modo superficiale, non sembra complicatissimo: cinque giocatori con la stessa canottiera cercano di infilare un pallone nel canestro avversario più volte degli altri cinque. Eppure, tra regole, infrazioni, tattiche, cambi difensivi, pick and roll, spacing e altre parole che sembrano uscite da un manuale per ingegneri, non è sempre uno sport immediato per il grande pubblico.

Gli orari, poi, non aiutano. Per seguire le partite in diretta dall’Italia bisogna spesso mettere la sveglia alle due di notte, con conseguenze prevedibili su quella faticosa rincorsa che i meno fortunati chiamano esistenza.

Eppure il fenomeno cresce. Anche in Italia. Highlights, social, streaming, podcast e contenuti digitali hanno reso l’NBA molto più accessibile rispetto al passato. Non serve più essere membri di una setta notturna con League Pass e caffè americano: oggi bastano uno smartphone, un minimo di curiosità e una certa tolleranza verso le occhiaie o il patto con il diavolo delle repliche, possibilmente non spoilerate.

La ragione principale di questo interesse è semplice: i campioni. La NBA è una lega di giocatori eccellenti, dove per fare davvero la differenza non basta essere forti. Bisogna essere qualcosa di più: un fenomeno, un simbolo, un giocatore capace di cambiare la percezione stessa del gioco.

 

Il calendario NBA spiegato semplice

La formula del campionato è affascinante ma decisamente poco intuitiva per noi europei.

Prima c’è la stagione regolare, una lunga maratona in cui le squadre giocano tantissime partite. Alla fine vengono ordinate in due grandi classifiche: una per la Eastern Conference e una per la Western Conference. Da lì partono i playoff, cioè due percorsi a eliminazione diretta: uno a Est e uno a Ovest.

Ogni serie si gioca al meglio delle sette partite: vince chi arriva per primo a quattro successi. In questo modo la casualità viene ridotta al minimo. Certo, chi perde può sempre lamentarsi degli arbitri, del calendario, degli infortuni, dell’allineamento dei pianeti e del pallone troppo o troppo poco gonfio, ma di solito a vincere è la squadra più forte in quel preciso momento.

Alla fine, la migliore dell’Est e la migliore dell’Ovest si incontrano nelle NBA Finals. È lì che le due metà della lega si ricongiungono: Est contro Ovest, il grande, ultimo scontro.

Quest’anno tocca a San Antonio Spurs contro New York Knicks.

 

Spurs contro Knicks: Texas, Grande Mela e un precedente pesante

I San Antonio Spurs vengono dal Texas. Il loro nome, “Spurs”, significa “speroni”: un dettaglio perfettamente coerente con l’immaginario texano, fatto di cavalli, rodei, stivali e gente che considera il barbecue una questione istituzionale.

San Antonio deve il nome a Sant’Antonio da Padova, cosa che potrebbe spingere almeno una parte dei frati francescani, se solo lo sapessero, a simpatizzare per gli Spurs.

Dall’altra parte ci sono i New York Knicks, e qui siamo direttamente dentro la storia americana. New York è una delle città più famose del mondo, non tutti ricordano che un tempo si chiamava New Amsterdam perché fondata come insediamento olandese. Il nome “Knicks” deriva da “Knickerbockers”, termine legato ai coloni olandesi e ai caratteristici pantaloni alla zuava, un simbolo immortale del periodo coloniale.

C’è poi un precedente molto importante: l’ultima Finale NBA giocata dai Knicks risale al 1999, e dall’altra parte c’erano proprio gli Spurs. San Antonio vinse 4-1 e conquistò il primo titolo della sua storia. Ventisette anni dopo, New York ritrova lo stesso avversario sullo stesso palcoscenico. Il che, per i tifosi Knicks, può essere visto come una rivincita storica o come un déjà-vu da affrontare con cautela e pressione alta.

Gli Spurs, invece, mancavano dalle Finals dal 2014, quando batterono i Miami Heat di LeBron James, Dwyane Wade e Chris Bosh. Insomma, non proprio una rimpatriata tra squadre qualunque.

La Finale NBA 2026 è la 80ª edizione delle NBA Finals.

Dove e quando si gioca

Le Finals 2026 seguono il formato 2-2-1-1-1: le prime due partite in casa della squadra con il vantaggio del campo, poi due in casa dell’altra, quindi eventuale alternanza fino a Gara 7.

La prima e la seconda gara si giocheranno a San Antonio. La terza e la quarta a New York. Se nessuna delle due squadre riuscirà a chiudere subito la serie, si tornerà alternativamente in Texas e nella Grande Mela.

Lo scenario massimo, o minimo per chi deve lavorare la mattina dopo, è quello di una serie arrivata a Gara 7: la finale delle finali, l’ultima sentenza, il momento in cui ogni possesso pesa come una dichiarazione dei redditi compilata a mano.

A proposito di Gara 7: Bill Russell ne giocò 10 nei playoff NBA e le vinse tutte e 10. Una statistica talmente severa da sembrare scritta da lui personalmente.

Gara 1 si giocherà il 3 giugno 2026 alle 20:30 Eastern, cioè giovedì 4 giugno alle 02:30 in Italia, nel palazzetto degli Spurs: il Frost Bank Center.

Il Frost Bank Center, quando non ospita l’NBA, organizza concerti, eventi e rodei. Non dimentichiamo che siamo pur sempre in Texas, a poca distanza da Alamo: se durante l’intervallo entrasse qualcuno a cavallo, probabilmente il pubblico non si stupirebbe troppo.

Dopo le prime due partite a San Antonio, la serie volerà dall’altra parte degli Stati Uniti, a New York, al Madison Square Garden. Quando si parla della Grande Mela, poche cose hanno bisogno di presentazioni. E il Garden è una di quelle arene dove anche il parquet sembra avere un ufficio stampa.

Ora, però, tutto è pronto per parlare di lui: l’alieno francese.

L’alieno francese

Victor Wembanyama è nato il 4 gennaio 2004, è alto 2 metri e 24 centimetri ed è stato scelto con la prima scelta assoluta al Draft NBA 2023 dai San Antonio Spurs. Molti di noi, anche alzando il braccio, non arriverebbero alla sua testa; lui, nel frattempo, tira da tre, stoppa, palleggia, passa e si muove con una coordinazione mai vista prima in un essere umano di quell’altezza.

Nell’estate precedente a questa corsa alle Finals, Wembanyama si è preparato con una dedizione quasi cinematografica: ha lavorato con grandi campioni del passato, ha cercato miglioramenti tecnici e mentali, e ha persino frequentato ambienti orientati alla meditazione e alla disciplina interiore.

I risultati sono stati evidenti. Pochi pensavano che nel suo “primo anno davvero buono” potesse arrivare fino in fondo. Invece eccolo qui: alla terza stagione NBA, già alle Finals.

Wembanyama è un game changer. Non semplicemente un giocatore forte, ma uno che modifica il modo in cui gli altri giocano. In difesa, gli avversari spesso sembrano ripensarci ancora prima di tirare. Entrano in area, vedono lui, e improvvisamente il passaggio al compagno nell’angolo diventa una scelta di grande maturità.

In attacco può giocare vicino e lontano dal canestro, tirare da fuori, ricevere in post, attaccare dal palleggio e creare vantaggi per i compagni. E soprattutto passa la palla. Non solo tecnicamente: si fida dei compagni. E questo non è scontato per un fenomeno. Michael Jordan, per arrivare davvero a quel livello di fiducia collettiva, dovette attraversare un percorso di maturazione culminato a 28 anni, con il primo titolo del 1991. Prima aveva collezionato solo premi individuali.

Wembanyama ci è arrivato prima e questo affascina e spaventa.

Al debutto nella serie avrà 22 anni e 150 giorni, e lo farà nella sua terza stagione NBA.

La sua corsa è ancora più notevole perché arriva da prima scelta assoluta. Tra i numeri uno al Draft, raggiungere le Finals entro la terza stagione è rarissimo, anche siamo in compagnia di Magic Johnson, Tim Duncan, Shaquille O’Neal e Lebron James.

Sedersi e godersi lo spettacolo

Ora, come disse Magic Johnson prima delle finali contro Larry Bird, non resta che sedersi e gustarsi lo spettacolo.

Gli avversari sono forti, duri, fisici, in perfetta linea con lo stile della East Coast. I Knicks arrivano alle Finals dopo anni di attesa e non hanno nessuna intenzione di fare da comparsa nell’ennesimo episodio della saga “San Antonio produce fenomeni e rovina i piani degli altri”.

Da una parte ci sono gli Spurs, il Texas, il Frost Bank Center, Wembanyama e l’idea che forse siamo davanti all’inizio di qualcosa di enorme. Dall’altra ci sono i Knicks, New York, il Madison Square Garden e una città che attende da decenni di tornare sul tetto della NBA.

Spurs contro Knicks. San Antonio contro New York. L’alieno francese contro la Grande Mela.

Tutto è pronto per cominciare. In Italia sarà notte fonda, naturalmente. Perché la storia, quando arriva dall’NBA, ha spesso la pessima abitudine di presentarsi alle 2:30 del mattino.


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