Israele lancia l’offensiva finale su Gaza City

Israele lancia l’offensiva finale su Gaza City
17 Set 2025

di Alessandra Prospero

Gaza City – L’odore della polvere da sparo e il boato delle esplosioni scandiscono l’avanzata israeliana nel cuore della Striscia. Dopo settimane di bombardamenti e di accerchiamento, l’IDF ha lanciato quella che definisce «l’offensiva finale» su Gaza City. Nella notte, carri armati, aerei da caccia, elicotteri d’attacco e droni hanno colpito in simultanea decine di obiettivi: almeno 37 raid in appena venti minuti, secondo fonti locali.

La Protezione Civile palestinese denuncia la distruzione di oltre 50 torri residenziali dall’inizio della nuova fase militare. Israele replica che molti di questi edifici ospitavano depositi di armi e centri di comando di Hamas. Nel frattempo, la crisi umanitaria si aggrava: 300mila sfollati in fuga da Gaza City e altri 650mila ancora intrappolati in quartieri sempre più isolati.

Ostaggi al centro dello scontro

Sul fronte diplomatico, gli Stati Uniti continuano a esercitare pressione. Donald Trump, tornato alla Casa Bianca, ha ammonito Hamas: «Non usi gli ostaggi come scudi umani». Un messaggio indirizzato sia al gruppo palestinese sia alla comunità internazionale, che teme per la sorte dei prigionieri israeliani e stranieri ancora trattenuti. Le famiglie degli ostaggi parlano di ore drammatiche e chiedono garanzie di sicurezza prima che l’offensiva diventi totale.

La dimensione regionale

Il rischio di escalation oltre la Striscia resta concreto. Hezbollah, nel sud del Libano, ha intensificato i lanci di razzi nelle ultime 48 ore, mentre l’Iran continua a denunciare quella che definisce «un’aggressione contro i civili palestinesi». L’ONU avverte: «Una catastrofe umanitaria senza precedenti è in corso a Gaza».

Inchiesta ONU: «Israele sta commettendo un genocidio a Gaza»

«A Gaza si sta verificando un genocidio e la responsabilità ricade sullo Stato di Israele». A pronunciarla è Navi Pillay, ex Alto Commissario per i diritti umani e oggi presidente della Commissione d’inchiesta internazionale indipendente dell’ONU sulla guerra a Gaza.

Secondo il rapporto, Israele avrebbe agito con «l’intento di distruggere i palestinesi» nel territorio della Striscia. Un’accusa che mette sul tavolo il reato più grave previsto dal diritto internazionale: il genocidio.

Le azioni contestate

Gli investigatori elencano quattro condotte attribuite a Israele:

  • Uccisione di membri del gruppo nazionale palestinese;

  • Gravi danni fisici o mentali inflitti ai membri della comunità;

  • Condizioni di vita insostenibili, tali da provocare la distruzione fisica totale o parziale;

  • Misure volte a impedire le nascite all’interno della popolazione.

Secondo la commissione, queste azioni sarebbero state accompagnate da una retorica politica definita «incitamento al genocidio». Nel mirino ci sono il premier Benjamin Netanyahu, il presidente Isaac Herzog e l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant.

Il nodo dell’“intento genocidario”

Per configurare il crimine di genocidio non bastano massacri o distruzioni su vasta scala: serve la prova dell’intenzione di annientare un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso. È proprio questo «intento» a costituire il cuore del rapporto ONU. Pillay ha ricordato che la prevenzione del genocidio è un obbligo inderogabile per gli Stati membri delle Nazioni Unite.

Il precedente della Corte dell’Aia

Le conclusioni della Commissione si inseriscono nel solco di quanto già affermato dalla Corte di Giustizia Internazionale (ICJ), che nel procedimento avviato dal Sudafrica contro Israele aveva riconosciuto «il rischio plausibile di genocidio», ordinando a Tel Aviv di fermare immediatamente le operazioni militari.

Passi successivi e limiti

Le conclusioni della Commissione d’inchiesta non equivalgono ancora a una posizione ufficiale dell’ONU: sarà necessario un passaggio negli organi competenti, a partire dal Consiglio per i diritti umani. Tuttavia, la pubblicazione del rapporto rischia di avere forti conseguenze politiche e diplomatiche, alimentando le pressioni internazionali su Israele e ampliando le divisioni fra gli Stati membri.

Trump e la partita con la Cina

Mentre la guerra domina l’agenda internazionale, gli Stati Uniti cercano di bilanciare la fermezza militare con la diplomazia economica. Washington e Pechino hanno raggiunto un accordo quadro su TikTok, la piattaforma cinese accusata di rischi per la sicurezza nazionale americana.

Secondo l’intesa, TikTok rimarrà operativo negli USA ma con proprietà e controllo in gran parte americani. La conferma definitiva arriverà dopo una telefonata fra Trump e Xi Jinping, prevista per venerdì. La Casa Bianca presenta l’intesa come un passo avanti non solo tecnologico ma anche commerciale: i dazi doganali restano sul tavolo, pronti a essere usati come leva per riequilibrare i rapporti bilaterali.

Guerra e geopolitica intrecciate

Così, mentre Gaza brucia e Israele promette di “sradicare” Hamas, la diplomazia mondiale si muove su più scacchieri: dalla gestione degli ostaggi alle nuove regole del commercio globale, fino alla sfida tecnologica tra superpotenze. L’impressione è che la Striscia sia ormai non solo il cuore del conflitto mediorientale, ma anche il crocevia di una partita geopolitica più ampia, dove ogni mossa – militare o economica – risuona ben oltre i confini del Mediterraneo.


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