Il simbolismo dell’orrore in una torta di compleanno: annessione e negazione del popolo palestinese

Il simbolismo dell’orrore in una torta di compleanno: annessione e negazione del popolo palestinese
04 Mag 2026

Red

La cronaca internazionale ci ha abituati a immagini di devastazione e bollettini di guerra, ma talvolta è negli oggetti quotidiani, nei momenti apparentemente privati di celebrazione, che si condensa la verità politica più cruda. Le immagini circolate sui canali social della destra radicale israeliana, ritraenti i festeggiamenti per il compleanno del Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir, non sono semplici scatti di costume. Quella torta a tre piani, ricoperta di panna e decorata con cura certosina, rappresenta un manifesto ideologico che va ben oltre il folklore politico, offrendo una rappresentazione plastica di un progetto che mira all’annullamento sistematico dell’altro.

Osservare i dettagli di quel dolce significa leggere il programma di governo dell’estrema destra che oggi tiene le redini di Israele. Al centro della composizione svetta una cartina geografica che non lascia spazio a interpretazioni: i confini dello Stato comprendono interamente la Cisgiordania e la Striscia di Gaza, cancellando graficamente e politicamente l’esistenza stessa della popolazione palestinese. È la negazione visiva di ogni soluzione diplomatica, l’affermazione di un’unica sovranità che si impone con la forza delle armi, simboleggiate dalle pistole che ornano i fianchi della torta.

Ma è il dettaglio del cappio a sollevare il velo sulla natura profonda di questa fase storica. Quel simbolo dell’impiccagione, riproposto anche in un secondo dolce preparato dalla moglie Ayala, trasforma l’augurio di compleanno in un auspicio di morte. Quando un ministro in carica celebra il proprio potere attraverso l’iconografia della forca, il confine tra politica e barbarie svanisce. Non si tratta più di una dialettica tra sicurezza e difesa, ma della celebrazione di un’estetica della violenza che trova nei social media un cassa di risonanza senza filtri, dove il macabro diventa motivo di vanto e l’orrore si trasforma in contenuto virale.

In questo scenario, appare fondamentale scindere i piani del discorso pubblico per evitare le trappole retoriche che spesso inquinano il dibattito. L’opposizione ferma alle politiche del governo guidato da Benjamin Netanyahu e dai suoi alleati più radicali non ha nulla a che vedere con il pregiudizio religioso o etnico. Confondere la critica politica a un esecutivo accusato di crimini sistematici con l’antisemitismo è un’operazione pericolosa, volta a silenziare il dissenso e a coprire la drammatica realtà di ciò che molti osservatori internazionali definiscono come un genocidio in corso.

Netanyahu resta l’architetto politico di questa deriva. È stato lui a sdoganare figure che fino a pochi anni fa erano relegate ai margini della legalità democratica, portando al cuore dello Stato forze che non riconoscono il diritto all’esistenza del popolo palestinese. La telefonata di auguri intercorsa tra il Primo Ministro e Ben Gvir suggella un’alleanza fondata sulla reciproca necessità di sopravvivenza politica, a scapito della stabilità di un’intera regione e della dignità umana.

Quella torta di compleanno, con il suo carico di pistole, mappe negate e cappi, non è solo una pessima prova di gusto culinario; è l’avvertimento di un futuro in cui la malvagità si autocelebra con la complicità del silenzio o, peggio, con la giustificazione di una difesa che ha ormai perso ogni barlume di umanità.


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