La riflessione amara di uno storico residente a ridosso della struttura militare. Un tempo motore sociale ed economico del quartiere con migliaia di giovani di leva, oggi la base ospita reclute immerse in addestramenti crudi in risposta a un quadro geopolitico sempre più instabile.
Red
C’è uno specchio, incastonato nella zona ovest dell’Aquila, che riflette molto più delle semplici dinamiche di un quartiere. È la Caserma Pasquali, osservatorio privilegiato di un nostro lettore che da quarant’anni risiede in Via Amiternum, a due passi dal muro di cinta militare. La sua lettera, che ci ha chiesto di mantenere anonima, è lucida e venata di una malinconia che si fa rapidamente analisi storica. Ci consegna la fotografia di un’Italia e di un mondo che non esistono più, scontrandosi con una realtà odierna dalle tinte decisamente più fosche.
Il racconto parte da lontano, dagli anni in cui la leva obbligatoria era un rito di passaggio ineludibile. La naja portava all’Aquila migliaia di ventenni da ogni angolo del Paese. Erano ragazzi sradicati dalle loro case, spesso spaesati, che si riversavano nei fine settimana lungo il Corso o sotto i portici, animando il centro storico con i loro accenti diversi. Ma la loro presenza ridisegnava anche la geografia economica delle periferie urbane: è proprio a ridosso della caserma, nel quartiere di Pettino, che in quegli anni iniziarono a spuntare le prime pizzerie al taglio, i bar, i punti di ritrovo nati per intercettare le libere uscite di questi giovani in divisa. Quella massa di coscritti, ricorda il nostro lettore, rappresentava più una mastodontica esperienza di socializzazione e crescita personale che una reale esigenza di difesa nazionale. L’Italia ripudiava la guerra, l’Europa sembrava aver imparato la lezione del Novecento e la naja era, in fondo, una parentesi goliardica e formativa. Erano, per usare le esatte parole del residente, “perditempo inoffensivi” in un mondo che si percepiva solido e sicuro.
Poi è arrivato il silenzio. Con la fine del servizio di leva obbligatorio, la struttura militare ha attraversato una fase di transizione e di progressivo svuotamento. Per chi viveva nei palazzi circostanti, la caserma ha assunto per anni i contorni di un luogo quasi metafisico, grande e silenzioso, frequentato da professionisti della Difesa tanto competenti quanto discreti. Figure anonime che entravano e uscivano senza lasciare la scia di chiassosa vitalità dei decenni precedenti. Era l’era degli eserciti specialistici e delle missioni di pace all’estero, dove la vita militare diventava una questione tecnica, lontana dalla percezione quotidiana dei cittadini.
Oggi, però, la scena è drammaticamente mutata. La lettera ci descrive una nuova, febbrile vitalità oltre quel muro di cinta. Nuove reclute, ragazzi e ragazze entrati come volontari, sono sottoposti a un addestramento costante e serrato. Dalle finestre di Via Amiternum si sentono i passi cadenzati delle marce e le grida che rompono l’alba, con quel ripetuto e inquietante “Inferno!!” urlato a squarciagola durante le corse. È un atteggiamento che richiama alla mente le atmosfere crude e marziali di Full Metal Jacket, una durezza che stride in modo quasi straniante con l’aspetto fisico di questi giovani. Il lettore nota infatti con disarmante tenerezza come a prima vista sembrino tutto tranne che spietati guerrieri: ragazzi e ragazze normalissimi, a volte minuti, “piccolini”, eppure calati in una narrazione e in una preparazione fisica e psicologica che non ha nulla di allegorico.
Questa discrepanza tra l’addestramento estremo e l’umanità di queste nuove reclute è il fulcro di una riflessione che supera i confini di Pettino e investe la nostra contemporaneità. Se oggi l’addestramento si fa crudo, se le urla evocano l’inferno anziché i cori da osteria, è perché il mondo esterno ha smesso di essere quel posto giusto e sicuro che ci eravamo illusi di abitare. La scacchiera geopolitica è saltata, i conflitti ad alta intensità sono tornati a bussare alle porte dell’Europa e l’instabilità globale richiede forze armate pronte a scenari di combattimento reale, senza sconti.
La nostalgia di chi osserva da Via Amiternum non è, dunque, solo il classico rimpianto per una città più giovane o per un quartiere commercialmente più vivace. È il lutto per la fine di un’epoca di innocenza collettiva. Preferire il caos dei vecchi coscritti in libera uscita significa desiderare un Paese che poteva permettersi di mantenere migliaia di giovani a fare un servizio militare che, fortunatamente, non serviva a fare la guerra. Il paradosso doloroso dei nostri giorni è tutto qui: avere professionisti volontari, giovani motivati che hanno scelto la divisa, ma doverli preparare per davvero all’eventualità di quell'”Inferno”. E forse, ascoltando quelle urla e guardando quelle reclute marciare sotto l’ombra del Gran Sasso, non si può fare a meno di sperare che quell’addestramento così duro continui a rimanere un’ipotesi estrema, che nessuno di quei ragazzi debba mai essere chiamato a mettere in pratica.
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