L’ossessione infinita per Garlasco: il rito catartico che addormenta la coscienza collettiva

L’ossessione infinita per Garlasco: il rito catartico che addormenta la coscienza collettiva
17 Ott 2026

Red

Nelle pieghe del discorso pubblico italiano si consuma un fenomeno tanto sottile quanto devastante per la tenuta della coscienza critica collettiva: la periodica, quasi metronomica riesumazione del delitto di Garlasco. A distanza di quasi due decenni da quel tragico agosto, salotti televisivi, editoriali, podcast e persino la politica istituzionale continuano a fermare il tempo su perizie dattiloscopiche, suole di scarpe e impronte insanguinate, proiettando il Paese in un teatro voyeuristico permanente. Se osservata attraverso una lente analitica progressista e d’attacco sociale, questa dinamica non rappresenta affatto una genuina e dolorosa ricerca della verità, bensì la plastica dimostrazione di un dispositivo sistemico di distrazione di massa. La sovraesposizione del dramma privato della villetta pavese agisce come una nebbia mediatica architettata — consciamente o per cinica convenienza di mercato — per prosciugare le energie cognitive dell’opinione pubblica e coprire il clamore delle crisi strutturali che devastano la vita materiale di milioni di persone.

Mentre l’attenzione del Paese viene scientificamente canalizzata sugli infiniti cavilli giudiziari di un fatto di cronaca nera riconfigurato a prodotto di intrattenimento serale, la realtà sociale ed economica precipita verso una frattura senza precedenti. Nel medesimo momento in cui le telecamere indugiano sui dettagli di un’udienza o sulle ricostruzioni in computer grafica di un delitto del passato, la sanità pubblica italiana affronta un collasso silenzioso ma drammatico. Il diritto costituzionale alla salute si sta sgretolando sotto il peso dei tagli, con liste d’attesa interminabili che costringono milioni di cittadini a rinunciare alle cure o a indebitarsi per accedere al privato speculativo. Di questo smantellamento progressivo del welfare, della fuga dei medici, dei pronto soccorso che scoppiano e della privatizzazione strisciante del bene comune si parla solo marginalmente, confinando il dramma della sofferenza collettiva nei ritagli delle ultime pagine, oscurato in prima serata dai plastici di Vespa e dalle dispute tra criminologi da palcoscenico.

Parallelamente, il lavoro – storico pilastro della dignità umana e della cittadinanza – continua a essere svuotato di senso e di protezioni. Il Paese è strangolato da salari reali bloccati o rosicchiati dall’inflazione, da una precarietà esistenziale divenuta norma per un’intera generazione e da un’epidemia inaccettabile di morti sul lavoro che insanguina cantieri, fabbriche e campi con cadenza quotidiana. La contrazione del potere d’acquisto spinge fette sempre più ampie di popolazione verso la povertà energetica e abitativa, mentre gli affitti alle stelle nei centri urbani espellono lavoratori e studenti, cementando nuove ed efferate disuguaglianze di classe. Eppure, anziché interrogarsi su un modello di sviluppo che produce sfruttamento e marginalità, il sistema politico-mediatico preferisce rifugiarsi nel perimetro rassicurante e anestetizzante della gogna mediatica, dove il conflitto non è mai sociale o sistemico, ma individuale, morale e ridotto a tifo da stadio tra colpevolisti e innocentisti.

L’effetto distorsivo di questa narrazione diventa ancora più stridente se rapportato allo scenario internazionale. Il dibattito pubblico viene deliberatamente anestetizzato di fronte alla tragica escalation delle guerre globali, al riarmo sregolato che sottrae risorse preziose alla scuola, alla ricerca e al sociale, e alla catastrofe climatica che manifesta i suoi effetti devastanti su territori sempre più fragili e dimenticati. La cronaca giudiziaria spalmata H24 diventa così l’oppio dei palinsesti, una bolla consolatoria che consente alle classi dirigenti di sfuggire alla responsabilità politica delle proprie scelte, evitando di dover rispondere del declino industriale, della carenza di politiche industriali verdi o della complicità con dinamiche geopolitiche di guerra. La politica, del resto, ha trovato in questo perverso ingranaggio una comoda via di fuga: intervenire sulle vicende di cronaca consente ai leader di mostrare un’empatia a buon mercato e un populismo giudiziario d’accatto, parlando alla pancia dell’elettorato anziché affrontare le contraddizioni materiali del presente.

Il caso Garlasco, trasformato in una vera e propria saga a puntate priva di fine, svela la natura profonda di un’informazione che ha rinunciato alla sua funzione emancipatoria per farsi merce e sedativo sociale. Fino a quando la rabbia, la frustrazione e le speranze di una collettività provata dalla crisi rimarranno imbrigliate nelle dinamiche del voyeurismo giudiziario, la politica della giustizia sociale e dei diritti rimarrà confinata ai margini. La vera sfida d’ora in avanti risiede nel risvegliare la coscienza collettiva da questo torpore programmato, squarciando il velo di maia dei delitti da salotto per rimettere al centro della scena i bisogni materiali, il lavoro, la pace e i beni comuni.


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