Caccia, AIW alla Camera: “La fauna va gestita con la scienza, non con l’ideologia”

Caccia, AIW alla Camera: “La fauna va gestita con la scienza, non con l’ideologia”
07 Lug 2026

Marco Pani, presidente del Comitato tecnico scientifico AIW, interviene in Commissione Agricoltura sulla riforma della legge 157/1992 e rilancia il modello della wildlife economy.

“Cerchiamo di restare collegati ai fatti e non alle pregiudiziali ideologiche. Non si tratta di un referendum caccia sì, caccia no. L’AIW, Associazione Italiana per la Wilderness, è  una delle poche associazioni ambiental-conservazioniste che non cavalca le emozioni, ma tutela da decenni l’integrità degli habitat, mantenendo vaste aree selvagge senza impedire un uso responsabile delle risorse naturali. A noi non interessa la difesa oltranzista di un singolo animale, ma la specie, e consideriamo prioritaria la tutela degli habitat senza calpestare le esigenze delle comunità locali.Solo la scienza  può indicare e modulare prelievi e tutele in base a studi, censimenti, analisi delle dinamiche delle popolazioni animali e ricerche sul campo. I dati ci dicono che la caccia rappresenta lo 0,66 per cento ( Fonte Agenzia Europea Ambiente- AEA) dell’impatto umano sulla fauna. Il resto dei danni ambientali è provocato dalla perdita di habitat, urbanizzazione crescente, turismo e consumismo di massa. Alcune specie cacciabili sono in costante aumento, in primis cinghiali e cervidi.Le popolazioni animali non si governano con leggi intoccabili, ma con la gestione oculata e sostenibile. Con questo criterio alcuni Paesi, tra i quali la Spagna, ricavano dalla wildlife economy guadagni cospicui a beneficio di popolazioni locali e per la protezione degli habitat.Consideriamo quindi il DDL 1552  un punto di partenza rilevante per raggiungere risultati simili a quelli ottenuti dalle tante nazioni europee che hanno trasformato la caccia in una risorsa economica, oltre che ludica e ambientale”. 

 

Segue sintesi dell’intervento di Marco Pani, Presidente Comitato Scientifico AIW, nell’audizione su pdl Caccia, di OGGI 7 luglio di fronte la Commissione Agricoltura della Camera dei Deputati

 

Il testo integrale dell’intervento  di Marco Pani (Presidente del Comitato Tecnico Scientifico AIW)

Roma — «La priorità non è la singola specie, sono gli habitat. Senza ecosistemi integri e senza le comunità locali, ogni politica sulla fauna è destinata a fallire». Così Marco Pani, Presidente del Comitato Tecnico Scientifico dell’Associazione Italiana per la Wilderness (AIW), ha illustrato, in audizione alla Commissione Agricoltura della Camera sulla legge di riforma della normativa sulla caccia, la posizione dell’Associazione sul DDL di modifica della legge 157/1992. Forte di quasi quarant’anni di esperienza tecnica — nelle ONG, alle Nazioni Unite, al Ministero dell’Ambiente e a livello internazionale — ha inquadrato il tema come questione di metodo: «La gestione faunistica è scienza applicata: non ideologia, ma dati, monitoraggio, dinamiche di popolazione, capacità portante, economia, sostenibilità. Quando esce dalla scienza, arrivano gli squilibri». E ha denunciato un paradosso: «Gli stessi che sostengono il deturpamento delle nostre campagne e montagne da parte di impianti eolici e fotovoltaici incontrollati si oppongono alla gestione faunistica attiva, che invece protegge il paesaggio e gli habitat». I fatti ci dicono che la caccia rappresenta lo 0,66 per cento dell’impatto umano sulla fauna. ( Fonte: Agenzia Europea per l’Ambiente-AEA)

I numeri: specie rare nel 1992, oggi abbondanti. Secondo i dati ISPRA, in Europa si stimano tra 13,5 e quasi 20 milioni di cinghiali (1,5-2 milioni in Italia); crescono cervi e caprioli, e l’oca selvatica ha superato il milione di individui. Molte specie rare nel 1992 sono oggi comuni: il cervo sardo è passato da 200 a 12.000 esemplari, il camoscio d’Abruzzo da 400 a 4.000. «Le popolazioni animali non si governano con leggi intoccabili, scolpite nella roccia una volta per tutte — ha sottolineato Pani —. La natura cambia, e le norme devono saperla seguire». Di qui la richiesta di una gestione adattiva fondata sul monitoraggio costante, in linea con la Convenzione sulla Diversità Biologica e le Direttive Habitat e Uccelli.

Il nodo: da costo a risorsa. Per l’AIW il DDL «muove nella direzione giusta», ma «deve essere un punto di partenza, non un traguardo». Il nodo è uno solo: «Oggi in Italia la fauna è un costo. Deve diventare una risorsa. È il principio della wildlife economy, già applicato con risultati concreti in Europa e nel mondo». L’Associazione cita il caso Spagnolo: oltre 10 miliardi di euro di contributo al PIL, quasi 200.000 posti di lavoro (l’80% in aree rurali), 1,2 miliardi di gettito fiscale l’anno e 320 milioni di investimenti in conservazione, oltre a essere strumento di contrasto alla peste suina africana e allo spopolamento ( MINISTERO AGRICOLTURA MADRID) «Il confronto con l’Italia è impietoso — ha osservato Pani —: spendiamo circa 20 milioni di euro l’anno solo per riparare i danni da cinghiale. Paghiamo il conflitto, invece di trasformarlo in opportunità».

L’appello per i territori. «Quali strumenti diamo a chi vede i campi devastati, le stalle sotto assedio, i giovani andarsene e i paesi spegnersi? Non offriamo un’alternativa: offriamo divieti calati dall’alto e la promessa di nuovi risarcimenti. Non è accettabile». Da qui la proposta di un percorso istituzionale di economia faunistica sostenibile dentro la Strategia Nazionale delle Aree Interne, «che restituisca a quei territori risorse, lavoro e futuro». In chiusura: «L’approccio emotivo e urbano-centrico del divieto assoluto non tutela nulla: produce solo danni, insicurezza e abbandono». La biodiversità si difende con la gestione attiva e con le comunità locali, non con i divieti. Sta a noi decidere se questo provvedimento sarà un punto di partenza o un’occasione mancata».


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