L’Aquila 1927, Goffredo Juchich nuovo Amministratore. La parabola del raccattapalle divenuto Capitano

L’Aquila 1927, Goffredo Juchich nuovo Amministratore. La parabola del raccattapalle divenuto Capitano
10 Feb 2024

di Fabio Pelini

Di acqua sotto i ponti ne è passata tanta, eppure l’entusiasmo è rimasto lo stesso di quando da ragazzino si recava in curva la domenica, in un rito laico da onorare senza cedimenti. È così che una storia dal sapore antico è giunta a compimento, un po’ come accade a quei bambini che realizzano il sogno di diventare campioni dopo averlo cullato, settimana dopo settimana, facendo i raccattapalle a bordocampo.

Ma diversamente da loro Goffredo Juchich, classe 1976, un esito del genere non poteva neanche lontanamente immaginarlo. Già team manager e presidente dell’Academy, il settore giovanile rossoblù, è lui da ieri il nuovo amministratore de L’Aquila 1927, dopo una vita passata a sostenere la squadra della sua città, più spesso nella cattiva che nella buona sorte.

Succede a Massimiliano Barberio, al vertice della società dal febbraio 2022, altro tifoso generoso e innamorato della squadra, che in questi anni non ha lesinato energie, entusiasmo e competenza per la “squadra della gente”. Continuerà, non c’è dubbio, a dare il suo importante contributo e a sostenere il suo successore, che intanto si è presentato alla città.

“Il mio è un atto d’amore, perché sono un tifoso dell’Aquila fin da bambino”, il commento a caldo del nuovo numero 1 aquilano. Tanti sono i ricordi e gli aneddoti che si potrebbero narrare, perché la sua passione per i colori rossoblù non è mai venuta meno, nemmeno nei momenti più bui. Quando si usciva, nei fumosi locali dell’Aquila di una volta, le serate erano monopolizzate dai discorsi su politica e sport. E, tra una birra e l’altra, si discuteva indistintamente di una manifestazione per la scuola pubblica o dell’ultima prodezza di Marco Di Chio. Questioni così distanti, eppure così vicine, accomunate dallo stesso medesimo sacro fuoco. E a chi, tra il serio e l’ironico, gli faceva notare quanto totalizzanti fossero i suoi interessi, Juchich con fare sornione soleva rispondere “Sono un uomo che vive delle sue passioni”. Anche se era solo un ragazzo, aveva sposato i suoi interessi come una missione. E, senza saperlo, quella passione per i colori rossoblù si andava configurando al pari di un destino, perché nessun dio può contrapporsi a ciò che il Fato dispone.

Nell’album dei ricordi, inevitabilmente alcuni momenti si stagliano più nitidamente di altri. Quantomeno nell’immaginario di chi li narra. Correva la stagione 1999/2000. L’Aquila calcio di mister Ammazzalorso aveva cominciato bene il campionato di C2. Dopo qualche giornata, L’Aquila era proiettata nella zona alta della classifica, il rapporto tra società e tifoseria – spesso altalenante – sembrava incanalato sui binari giusti: insomma, sognare non era reato. Era quella la squadra di De Amicis (“e se tira De Amicis è gol”), Sansonetti, Perna, Tatomir, Vincenzo La Notte e, a livello societario, traghettata da Gabriele Valentini verso la gestione Passarelli. Chi scrive si trovava in Inghilterra, a cavallo del millennio, per il progetto Erasmus. Inviai a metà campionato una cartolina a Goffredo con una formula benaugurante per la squadra rossoblù. I fatti mi diedero ragione. L’Aquila, infatti, ottenne la qualificazione ai play off e superò il Fasano in semifinale e l’Acireale in finale, in un’epica battaglia al Partenio di Avellino, con 5mila aquilani al seguito. Con un grande Sansonetti che parò un rigore in una giornata al cardiopalma, di lacrime e sangue, apprensione e trionfo. Su quella cartolina portafortuna scherziamo ancora oggi, attribuendole un ruolo quasi apotropaico, propiziato poi in altre occasioni, ma con scarsa fortuna.

Fu C1, e con un pubblico in visibilio (“quant’è bella questa C1”) e una società nelle mani dell’imprenditore calabrese Michele Passarelli, andare al Fattori era come stare al luna park: un’eccitazione senza soluzione di continuità. Era quella L’Aquila di Battaglia, Cecchini, Di Nicola: uno squadrone. Si pranzava tra amici e si andava in curva. Si cantava e si sognava. I rossoblù furono campioni d’inverno insieme al Palermo. Ma ogni legge ha il suo contrappasso e ai bei ricordi si sovrappongono inevitabilmente i momenti bui. Che per L’Aquila calcio non sono stati né pochi né trascurabili. Fondata nel 1927, fallita per tre volte nel giro di un quarto di secolo, ha vissuto stagioni di speranza e momenti di delusione cocente, tra imprenditori “prenditori” e ultras innamorati (e diffidati), tra morti sulle strade (Carlo Dionisi, Paolo Centi, Carlo Risdonne e Maurizio Climastone a Sulmona, Nicola Mezzacappa sulla via per Pontedera) e sogni di conquista della B.

Cento volte finita e cento volte ricominciata, L’Aquila 1927 è oggi una società con i conti in ordine e un entusiasmo crescente attorno a sé. Dopo l’ultimo fallimento, la nuova compagine societaria ha intrapreso la strada dell’azionariato popolare, che sembra funzionare, tanto da lanciare una nuova campagna di Equity Crowdfunding che mira a coinvolgere sempre più il tessuto economico cittadino, mai così vicino alla squadra.

Chi conosce bene Goffredo, ma anche chi ha avuto occasione di incrociarne il cammino solo negli ultimi anni, sa con quale spirito affronterà questa nuova entusiasmante avventura: ascolterà molto e con attenzione una piazza che conosce bene, per averla frequentata da sponde diverse. E ora che la sponda primigenia, quella dei tifosi, è divenuta deus ex machina del proprio destino, lui sembra essere davvero l’uomo giusto al posto giusto.

In bocca al lupo, Presidente


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