di Alessandra Prospero
“Il Regno Unito riconoscerà lo Stato palestinese a settembre, prima dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite”, annuncia il primo ministro Keir Starmer, a meno che Israele non adotti “misure sostanziali” per porre fine alla “situazione spaventosa” a Gaza e non soddisfi altre condizioni, come il cessate il fuoco.
Il riconoscimento da parte del Regno Unito dello Stato palestinese segna un passaggio politico molto significativo, soprattutto considerando che avviene sotto la guida di Starmer, leader laburista noto per la sua iniziale prudenza sul conflitto israelo-palestinese. La decisione è dettata da una combinazione di pressioni interne – da parte di ministri e parlamentari del suo stesso partito – e da un contesto internazionale che spinge sempre più per una soluzione diplomatica.
La Gran Bretagna, dopo la Francia, diventerà il secondo Paese del Consiglio di sicurezza dell’Onu, la seconda nazione del G7 e la 149esima a riconoscere lo Stato palestinese. Il riconoscimento è condizionato però a un cambiamento concreto da parte di Israele: un cessate il fuoco, la fine della crisi umanitaria a Gaza e “misure sostanziali” verso la pace. Il tempismo – prima dell’Assemblea Generale dell’ONU – suggerisce anche un tentativo di influenzare il dibattito multilaterale.
La reazione israeliana, in particolare quella del premier Netanyahu, è durissima. Le sue parole evocano il rischio di uno “Stato jihadista” alle porte di Israele e mettono in discussione l’intera logica del riconoscimento, considerandolo come una “punizione” per Israele e un “premio” al terrorismo. I toni riflettono un clima interno sempre più radicalizzato, con membri del governo – come Saar e Smotrich – che rifiutano esplicitamente ogni ipotesi di Stato palestinese e rilanciano addirittura visioni espansionistiche (come l’annessione di Gaza e Cisgiordania).
Per quanto riguarda la compagine europea, il gesto simbolico della Germania, con il lancio di aiuti umanitari su Gaza, rappresenta un altro segnale della crescente preoccupazione europea per la crisi umanitaria in corso. Anche se definito “piccolo ma importante”, l’intervento tedesco indica che Berlino cerca di posizionarsi come attore equilibrato, attento alla popolazione civile e ai bisogni umanitari, pur rimanendo storicamente vicino a Israele.
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