Fondi negati a film su Regeni, Aldrovandi e bullismo: è polemica

Fondi negati a film su Regeni, Aldrovandi e bullismo: è polemica
09 Apr 2026

di Alessandra Prospero

Dopo il caso del documentario su Giulio Regeni, inizialmente escluso dai contributi del Ministero della Cultura e poi rientrato nel dibattito pubblico tra polemiche e retromarce, emergono nuovi elementi che allargano il fronte della discussione. Non si tratta infatti di un episodio isolato: tra i progetti esclusi dai finanziamenti pubblici figurano anche opere dedicate a vicende simboliche della recente storia italiana, come il film “Aldro vive”, sulla morte di Federico Aldrovandi, e il nuovo lavoro della regista Margherita Ferri, ispirato alla storia di Andrea Spezzacatene.

Tre casi diversi, accomunati però da un filo conduttore: affrontano temi civili, sociali e giudiziari ancora profondamente sensibili nel dibattito pubblico. Ed è proprio questo elemento ad aver alimentato le critiche, sollevando interrogativi sui criteri adottati per l’assegnazione dei fondi.

Il documentario su Regeni – “Tutto il male del mondo” di Simone Manetti – è stato escluso dai contributi selettivi destinati alle opere ritenute di “interesse culturale e artistico”. Si tratta di fondi pubblici pari a circa 14 milioni di euro complessivi, assegnati da una commissione di esperti attraverso graduatorie ufficiali.

Il punto più controverso è che il film su Regeni non è un progetto ancora da realizzare, ma un’opera già completata, distribuita e premiata (tra cui il Nastro d’Argento per la legalità), con un’ampia diffusione anche in ambito accademico e istituzionale. Proprio questo elemento ha reso la decisione ancora più difficile da comprendere per molti osservatori.

Sul caso è intervenuto anche il ministro della Cultura Alessandro Giuli che, da un lato, ha ribadito l’autonomia delle commissioni – sottolineando che il Ministero non può intervenire senza violare il principio di terzietà – ma dall’altro ha preso le distanze nel merito, dichiarando di non condividere la scelta né sul piano ideale né su quello morale.

La vicenda è approdata anche in Parlamento, con un question time alla Camera e diverse interrogazioni da parte delle opposizioni. In Aula, Giuli ha chiarito che il documentario era già stato respinto in precedenti richieste di finanziamento, nel 2024 e nel 2025, non avendo raggiunto il punteggio minimo previsto dal bando.

A rendere ancora più teso il clima sono state le dimissioni di due componenti della commissione ministeriale, Paolo Mereghetti e Massimo Galimberti, avvenute proprio mentre il caso esplodeva mediaticamente. Un segnale che ha alimentato dubbi non solo sul singolo esito, ma sul funzionamento complessivo del sistema di valutazione.

Il documentario, prodotto da Fandango e Ganesh, ha comunque trovato una significativa diffusione alternativa: decine di università italiane hanno aderito a iniziative di proiezione, confermando l’attenzione culturale e civile attorno al caso Regeni.

Un ulteriore elemento che alimenta la polemica riguarda la natura stessa del fondo: tra le finalità dichiarate vi è il sostegno a opere dedicate a personaggi e avvenimenti dell’identità culturale italiana. Proprio per questo, l’esclusione di un’opera su Regeni – ormai simbolo internazionale della richiesta di verità e giustizia – appare a molti osservatori particolarmente contraddittoria.

Ma è l’esclusione del progetto dedicato a Federico Aldrovandi a riaprire una ferita ancora viva nella memoria collettiva italiana. La notte del 25 settembre 2005, a Ferrara, Aldrovandi, allora diciottenne, morì durante un controllo di polizia. Il suo corpo presentava numerose lesioni, e le indagini portarono a un lungo processo concluso con la condanna definitiva, nel 2012, di quattro agenti per eccesso colposo nell’uso della forza.

Il caso divenne simbolo di una battaglia per la verità portata avanti dalla famiglia, in particolare dalla madre, Patrizia Moretti, e sostenuta da una vasta mobilitazione pubblica. Negli anni, “Aldro” è diventato un riferimento nel dibattito sui diritti civili e sulla responsabilità delle istituzioni.

Parallelamente, anche il mancato finanziamento del nuovo progetto di Margherita Ferri contribuisce ad allargare la polemica: non solo un caso, dunque, ma una serie di esclusioni che colpiscono opere su temi sociali sensibili.

L’estensione della polemica rafforza l’idea che non si tratti di una semplice selezione tecnica, ma di una questione più ampia che riguarda il rapporto tra cultura, memoria e politiche pubbliche. Il nodo centrale resta la definizione stessa di “interesse culturale”: un criterio che, pur formalmente previsto, appare a molti eccessivamente discrezionale.

Dal Ministero, la linea resta quella della normalità procedurale. Ma il caso Regeni – anche alla luce delle dimissioni e del passaggio parlamentare – ha ormai assunto una dimensione politica piena, diventando terreno di scontro tra governo, opposizioni e mondo culturale.

La questione, dunque, si allarga: chi decide cosa è cultura? E quanto il sistema pubblico riesce davvero a garantire pluralismo e libertà espressiva?

Il dibattito resta aperto. E riguarda, sempre più chiaramente, non solo il cinema.


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