Il palcoscenico della politica nazionale offre l’ennesimo, deprimente spettacolo di un dibattito ideologico giocato interamente sulla pelle di persone in carne e ossa, ridotte a meri coefficienti percentuali da sbandierare nei talk show o nei congressi di partito. Il recente scontro a distanza tra il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e l’eurodeputato Roberto Vannacci sulla teoria della “remigrazione” rappresenta la plastica dimostrazione di un “derby delle parole” che ignora deliberatamente gli effetti reali delle politiche finora attuate. Da un lato, il titolare del Viminale rivendica i presunti successi di quattro anni di gestione governativa all’insegna del rigore, della stretta sui flussi e di un Patto europeo che promette la fine dell’emergenza; dall’altro, la destra radicale rilancia l’utopia regressiva di un ritorno forzato a una quota massima del 4% di popolazione straniera per preservare un’identità occidentale puramente teorica. Questo scontro tutto interno alle forze di estrema destra si consuma ignorando che dietro le cifre e i proclami ci sono comunità locali che da anni subiscono gli effetti vessatori di una legislazione che rende precario chi lavora, rallenta l’integrazione e burocratizza la quotidianità delle imprese.
Chi vive il territorio, in particolare in una regione come l’Abruzzo, percepisce chiaramente l’artificiosità di questo scontro, poiché i nodi cruciali del sistema produttivo e sociale vengono sistematicamente elusi. Mentre a Roma si discute di espulsioni di massa e tetti statistici, il tessuto economico abruzzese – dall’altopiano del Fucino alle piccole medie imprese manifatturiere della Val Vibrata, fino all’edilizia impegnata nella complessa ricostruzione dell’Aquila – si scontra quotidianamente con una realtà opposta: la drammatica carenza di forza lavoro e il progressivo invecchiamento della popolazione.
Le ricette per governare il fenomeno migratorio dovrebbero essere radicalmente diverse, focalizzate non sulla propaganda della reclusione o del respingimento, ma sulla programmazione economica e sulla dignità sociale. Un’agenda politica lungimirante dovrebbe prevedere canali di ingresso legali, fluidi e tarati sulle reali esigenze dei territori, accompagnati da seri percorsi di formazione professionale nei paesi d’origine e da politiche di inclusione abitativa che sottraggano i lavoratori stranieri al ricatto del caporalato o della marginalità. Il vero dibattito dovrebbe ruotare attorno alla riforma della cittadinanza per le seconde generazioni che popolano le scuole dei nostri comuni interni, garantendo stabilità a chi già contribuisce al welfare e alla natalità di aree altrimenti destinate alla desertificazione demografica. Continuare ad alimentare lo spauracchio dell’invasione e inseguire slogan populisti significa condannare il Paese, e i suoi sistemi regionali, a un declino economico inevitabile, sacrificando la pianificazione dello sviluppo sull’altare del consenso elettorale a breve termine.
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