Made in Immigritaly 2026: senza i lavoratori stranieri il Made in Italy si ferma

Made in Immigritaly 2026: senza i lavoratori stranieri il Made in Italy si ferma
17 Ott 2026

Dal II rapporto di Fai-Cisl e Centro Studi Confronti emerge un dato inequivocabile: oltre quattro lavoratori agricoli su dieci sono di origine straniera. Senza di loro, l’eccellenza delle nostre tavole rischia di fermarsi.

C’è una verità profonda e strutturale che giace dietro le eccellenze enogastronomiche di cui l’Italia va fiera nel mondo: il contributo essenziale, quotidiano e insostituibile delle lavoratrici e dei lavoratori immigrati. A certificarlo con la forza rigorosa dei numeri e l’intensità delle storie umane è il II rapporto nazionale “Made in Immigritaly 2026”, realizzato dal Centro Studi Confronti e commissionato dalla Fai-Cisl, edito da Agrilavoro Edizioni e Com Nuovi Tempi.

Un’opera imponente di 532 pagine che scatta una fotografia nitida e aggiornata del settore agroalimentare italiano, dimostrando come il lavoro straniero non sia un fattore marginale o emergenziale, ma il vero e proprio pilastro che regge la filiera del cibo nel nostro Paese.

I numeri del settore: oltre il 40% delle braccia nei campi è straniero

I dati contenuti nella ricerca delineano un quadro di assoluta dipendenza strutturale. Nel corso del 2025, i lavoratori di origine estera impiegati in agricoltura hanno raggiunto complessivamente circa 430mila unità, arrivando a rappresentare un’incidenza pari al 42% del totale della forza lavoro del comparto. In sostanza, più di quattro persone su dieci impegnate nella raccolta, nella semina e nella cura dei nostri campi provengono dall’estero.

L’impatto non si limita alla fase primaria della produzione, ma si estende lungo tutta la catena del valore. Nell’industria alimentare — la trasformazione che porta le materie prime a diventare i prodotti finiti del nostro “Made in Italy” — gli occupati stranieri sono 99.164, pari al 18,82% dell’intera forza lavoro del settore.

Senza questo apporto costante, la catena produttiva che alimenta i mercati nazionali e l’export si ritroverebbe sull’orlo della paralisi.

Un’indagine più ampia: nuovi territori e i volti del lavoro

Rispetto alla prima edizione del report pubblicata nel 2024, il volume del 2026 non si limita ad aggiornare le statistiche, ma amplifica la propria prospettiva d’analisi. La ricerca esplora nuovi casi territoriali ed esamina comparti produttivi finora mai indagati, offrendo una mappa dettagliata delle trasformazioni in atto nel mondo rurale e industriale italiano.

Ma la vera forza del rapporto sta nella sua capacità di connettere la dimensione economica a quella etica e sociale. Mettendo sempre al centro la dignità della persona e del lavoro, il volume integra un inedito reportage fotografico: scatti capaci di andare oltre l’aridità dei numeri per restituire un volto, una storia e un’identità a un’umanità operosa che chiede con forza diritto di cittadinanza, riconoscimento sociale e adeguate tutele contrattuali.

Diritti e tutele: la sfida per il futuro dell’agroalimentare

Il messaggio che emerge da “Made in Immigritaly 2026” è chiaro e stringente per la politica e le parti sociali: sostenere la qualità del cibo italiano significa prima di tutto garantire la qualità del lavoro di chi lo produce. Superare il caporalato, garantire alloggi dignitosi, favorire l’integrazione e assicurare retribuzioni e contratti regolari non sono soltanto battaglie di civiltà, ma condizioni indispensabili per la tenuta stessa del sistema economico nazionale.


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