L’Abruzzo dell’incubo: Paolo Di Orazio e la verità nascosta nell’horror italiano

L’Abruzzo dell’incubo: Paolo Di Orazio e la verità nascosta nell’horror italiano
Foto di Alessandra Prospero
07 Nov 2025

di Alessandra Prospero

L’Aquila. Scrittore, disegnatore, musicista: Paolo Di Orazio è una figura unica della cultura italiana, uno dei pionieri dell’horror letterario nel nostro Paese. Dalla raccolta Primi delitti (1989) — opera che fece discutere e aprì la strada a una nuova generazione di autori — fino ai suoi romanzi, saggi e progetti musicali, Di Orazio ha costruito un linguaggio riconoscibile, crudo ma profondamente umano.

Quest’anno è stato presidente di giuria dell’Abruzzo Horror Literary Contest, svoltosi all’Aquila, un appuntamento sempre più centrale nel panorama letterario nazionale, inserito nell’Abruzzo Horror Festival. Lo abbiamo incontrato per parlare di questa esperienza, di paura, di scrittura e di verità.

L’ho intervistato per AbruzzoSera.

Sei stato presidente di giuria dell’Abruzzo Horror Literary Contest: che esperienza è stata? Cosa ti ha colpito di più tra le opere in concorso e che livello hai trovato nella narrativa horror emergente?

Come sempre, un’esperienza piacevole di confronto, di incontro e sinergie per la nascita di progetti e, non in ultimo, stimolare l’interesse di un pubblico sempre più ampio e portarlo da questa parte della nostra cultura. Mi piace scoprire e constatare il fermento di talenti che puntano alla nostra tematica specifica per mettere in gioco la creatività. Tra le opere in concorso, difatti, mi hanno colpito la ricerca dell’originalità e il coraggio di esporre la propria voce personale, talvolta la sperimentazione. Detto ciò, mancavo da due anni e trovo un festival decisamente cresciuto. Ma non avevo dubbi.

Come cambia il modo di leggere l’horror quando si è dall’altra parte, come giurato? Hai cercato più la tecnica o l’originalità?

Da giurato mi pongo come un anonimo lettore casuale che cerca stupore, innovazione, uso intelligente dei cliché, temi poco battuti da film e libri. Cerco sia la tecnica, sia l’originalità. E, alla base, un linguaggio (nel senso di forma e stile) di ottimo livello. In molti casi, in questa tornata, sono rimasto più che soddisfatto.

Sei considerato un pioniere dell’horror italiano. Cosa significa, oggi, promuovere il terrore in un Paese che spesso lo associa ancora al tabù o al “genere minore”?

L’espansione dell’offerta in formato film attraverso le piattaforme streaming è pressoché sconfinata, e da una parte è un bene. Ma il rischio è che una sovrapproduzione nasconda prodotti di scarso livello, tipo discount, e spinga il grande pubblico a respingere ancora questa forma di letteratura nel seminterrato della Cultura generale. In seconda istanza, non credo molto che i cultori del film in streaming scoprano poi il piacere della lettura. Attendo sconferme.

Negli anni ’80 e ’90 il tuo libro “Primi delitti” scatenò un piccolo caso culturale. Pensi che l’Italia sia diventata più matura nel recepire la narrativa estrema, o siamo ancora un Paese che si spaventa più delle sue ombre che dei mostri?

Siamo ancora un Paese che si spaventa più delle sue ombre che dei mostri. Anzi… mi spaventano molto le ombre delle persone.

L’horror, nel profondo, è sempre una metafora. C’è un tema sociale o umano che oggi, secondo te, meriterebbe di essere raccontato attraverso la paura?

Legandomi alla risposta precedente, penso proprio che oggi si dovrebbe parlare molto a fondo di quello che abbiamo dentro. Proprio attraverso la paura. Una sorta di omeopatia psichica.

Sei anche musicista e disegnatore: come dialogano queste forme espressive con la scrittura? C’è un filo comune tra ritmo, immagine e parola nella costruzione del terrore?

La musica ti insegna a condurre la performance nell’armonia di un contesto, che è una canzone, di qualunque genere essa sia: la triade ritmo, immagine (l’evocativa) e parola devono trovare un equilibrio perfetto per entrare nell’anima dell’ascoltatore e quindi nella sua memoria. La costruzione del terrore, a mio avviso, si snoda sulle stesse variabili. Quando scrivo, non ascolto i miei dischi preferiti perché le emozioni prevaricano sulla concentrazione. Però ascolto brani specifici per entrare in contatto con ciò che desidero raccontare.

L’Abruzzo sembra avere un legame particolare con la letteratura del mistero e dell’inquietudine. Pensi che il territorio influenzi la creatività di chi scrive, e se sì, in che modo?

Sono assolutamente convinto di questo principio di causa-effetto. Facendo riferimento a me, le zone della mia vita hanno ormai invaso le storie che scrivo da più della metà della mia carriera. Non riesco a concepire un racconto ambientato in un posto che non ho mai visto e respirato. I racconti e i romanzi ambientati in luoghi immaginari, a rileggerli, mi sembrano scritti da un’altra persona. Fa eccezione il mio ultimo romanzo La Saponificatrice (Libraccio editore, 2025), ambientato in un paesino il cui nome non esiste ma trattasi di Palestrina, la mia città adottiva. L’Abruzzo è un luogo misterioso, coi suoi monti, le cittadine arroccate, le pinete. Nulla da invidiare come territorio dark all’Emilia Romagna, più presente nell’immaginario collettivo. I luoghi emanano segnali. Le architetture, le strade, gli odori, le luci. Sono tutte fonti di stimoli psichici che si depositano nella mente e, non c’è nulla da fare, possono fluire nella scrittura dalla mente alla carta, due innegabili vasi comunicanti.

 


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