Nel maggio 1960 muore a Parigi le Prince des poètes (il Principe dei poeti) Jules Supervielle. Prima di lui sono stati insigniti dello stesso titolo onorifico Pierre de Ronsard, Charles Marie René Leconte de Lisle, Paul Verlaine, Stéphane Mallarmé, Léon Dierx, Paul Fort. Supervielle però non è né un poeta né un principe qualunque. È una personalità dal destino già scritto.
Nasce a Montevideo nel 1884 da padre bearnese e madre basca. Perde i genitori quando ha otto mesi, durante un viaggio in Francia, poiché entrambi muoiono improvvisamente di colera, per aver bevuto acqua infetta.
La rivelazione
Riportato prima in Uruguay e poi in Francia, viene affidato alle cure della nonna, e in seguito a quelle degli zii, che egli ritiene siano i suoi veri genitori. A nove anni scopre la verità e ne rimane sconvolto.
La morte, la mancanza e la drammaticità degli eventi cuciono la sensibilità del giovane Supervielle che asseconda così, in un’emersione precoce e consapevole, il germogliare dei suoi primi versi. La poesia si fa strada come rivelazione nelle corde affettive e nelle mancanze del giovane Jules che inizia a nutrirla, non senza una certa maturità lirica. Scopre poeti del XIX secolo come Alfred de Vigny, Leconte de Lisle e Victor Hugo e, dopo aver compiuto il servizio militare, si laurea in spagnolo alla Sorbona e ritorna in Uruguay.
Le doppie radici e l’affermazione
Le sue origini a cavallo tra America Latina ed Europa e la sua doppia appartenenza saranno un elemento distintivo della sua natura ma anche della sua poesia, frequenti saranno i viaggi e gli spostamenti tra i due mondi.
Nel 1906 sposa Pilar Saavedra a Montevideo; il richiamo ancestrale delle origini influenza anche la scelta della donna a cui consacra la sua vita, da cui avrà sei figli e alla quale dedicherà la raccolta Comme des voiliers (1910).
Dedica alla madre prematuramente scomparsa Le goyavier authentique, in cui immagina paesaggi terrestri e marittimi, alberi, pianure e montagne viste attraverso la sensibilità poetica.
La triangolazione tra madre, mare e morte torna spesso nelle sue opere.
Il mare
È tutto quello che avremmo voluto fare e non abbiamo fatto,
quello che preso la parola e poi non ha trovato le parole di cui aveva bisogno,
tutto quello che si è perso senza che ci abbia rivelato il suo segreto,
quello che possiamo toccare e scalfire con il ferro senza tuttavia riuscire a farlo nostro,
quello che si è fatto lontano e ancora più lontano poiché ciò che si cerca non si trova,
quello che si è fatto schiuma per non morire del tutto,
quello che si è fatto scia di qualche secondo per il gusto fondamentale dell’eterno,
quello che avanza in profondità e non raggiunge mai la superficie,
quello che avanza in superficie e teme il profondo,
tutto questo e altro ancora,
il mare.
(da Oblieuse mémoire)
La rivelazione di sé come poeta è passata attraverso la vertigine della perdita che si colma però della bellezza del mondo, di fronte al quale Supervielle ha un atteggiamento di pascoliano fanciullesco stupore.
Nel mondo letterario parigino è ormai ben affermato, stringe amicizia con Paul Valéry e Henri Michaux, pubblica importanti raccolte: Débarcadères, Gravitations, Le forçat innocent e Les amis inconnus.
L’epilogo
Quando scoppia la Seconda guerra mondiale Supervielle è in Uruguay e vive un periodo molto difficile in esilio. Il suo amore per la Francia e la sua salute cagionevole lo ispirano a scrivere la raccolta intitolata Poèmes (1945). Nel 1946 ritorna in Francia dopo il fallimento della banca fondata dalla sua famiglia e la nomina da parte del governo uruguayano come addetto culturale a Parigi. La sua ultima raccolta, Le corps tragique, viene pubblicata nel 1959 e muore l’anno successivo.
La voce poetica di Supervielle è talmente originale che oggi appare quasi scomparsa, nonostante la potenza del verso e della parola, limpida, senza ambiguità. Non lascia che sua perdita primigenia lo definisca e, anzi, reinventa le chiavi del mondo e, generando una nuova realtà, genera se stesso. Nell’assenza e nell’accettazione della rivelazione, il suo cuore si è fatto poesia.
Di nuovo solo, allora,
brancoli nella carne,
più vicino al sudario,
cuore, cuore di adulto.
(da Suffit d’une bougie/Coeur dedicata A Jorge Guillen)
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