Due tragedie specchio di due pesi e due misure: la violenza del branco in Puglia scivola nell’indifferenza istituzionale, mentre il dramma psichiatrico emiliano viene trasformato nell’ennesimo manifesto della propaganda anti-immigrazione.
Red
Nel giro di pochissimi giorni l’Italia si è trovata a fare i conti con due episodi di violenza brutale, due squarci drammatici che, se letti in parallelo, restituiscono un’istantanea nitida e impietosa delle fratture culturali e politiche che attraversano il nostro Paese. Da un lato la Puglia, dall’altro l’Emilia-Romagna; da una parte un bracciante agricolo massacrato, nero, da un branco di adolescenti, dall’altra un dramma psichiatrico tramutato in un attentato alla sicurezza pubblica. A cambiare radicalmente, in modo quasi chirurgico nella sua spietatezza, non è stata solo la dinamica dei fatti, ma la postura delle istituzioni e la reazione della politica, rivelando l’esistenza di una gerarchia invisibile ma strutturale nell’attribuzione del valore alla vita umana.
A Taranto, all’alba del nove maggio, Sako Bakari, trentacinquenne originario del Mali, è stato ucciso mentre si avviava alla stazione ferroviaria per raggiungere i campi dove lavorava come bracciante. A strappargli la vita è stato un gruppo di giovanissimi italiani che lo ha aggredito senza un reale motivo, se non la pura e cieca ferocia. Pochi giorni dopo, a Modena, un cittadino italiano di origine marocchina, laureato e con un passato di gravi disturbi psichiatrici, ha investito deliberatamente i passanti nel centro cittadino, provocando il ferimento di otto persone, alcune delle quali rimaste in condizioni gravissime. Due tragedie immani che avrebbero dovuto interrogare la coscienza civile della nazione con la stessa identica forza, ma che hanno invece ricevuto un trattamento pubblico diametralmente opposto.
La parabola umana di Sako Bakari rappresenta la negazione stessa della retorica emergenziale sull’immigrazione. Bakari aveva fatto esattamente tutto ciò che la retorica pubblica e legislativa italiana richiede a un cittadino straniero per essere considerato degno di accoglienza: possedeva documenti regolari, parlava correntemente la nostra lingua, aveva un contratto di lavoro stabile, una moglie e un figlio in arrivo. Quando il ristorante in cui lavorava ha cessato l’attività, non ha scelto la marginalità, ma è scivolato in quella enorme zona grigia del lavoro agricolo stagionale, quel bacino di braccianti invisibili che, nel Mezzogiorno come nel resto d’Italia, sorregge un pezzo fondamentale della filiera agroalimentare nazionale.
Alle cinque e mezza del mattino, mentre attendeva un treno diretto a Massafra per andare a guadagnarsi la giornata, l’uomo è stato circondato e aggredito dal branco. Ferito a coltellate, ha cercato disperatamente protezione all’interno di un bar, ma il titolare dell’esercizio, invece di allertare immediatamente i soccorsi o proteggere la vittima, lo ha spinto fuori, di fatto sbarrando la porta e lasciandolo alla mercé dei suoi aguzzini. Il branco lo ha colpito ancora, fino a lasciarlo esanime sull’asfalto. L’istantanea più agghiacciante di questa tragedia, quella che fotografa il totale fallimento educativo e umano di una comunità, sta nel gesto di uno dei giovani aggressori che si è fermato a fumare una sigaretta davanti al corpo agonizzante, domandandosi ad alta voce se l’uomo stesse ancora respirando. Quella sigaretta incarna la completa disumanizzazione dell’altro, l’assenza assoluta di empatia di fronte a un corpo percepito come privo di valore.
Di fronte all’orrore di Taranto, la risposta delle massime cariche dell’esecutivo è stata il vuoto assoluto. Non si è registrata alcuna visita istituzionale, nessuna dichiarazione di condanna da parte dei ministeri competenti, nessun dibattito urgente sulla deriva della violenza giovanile nelle periferie, sul razzismo strisciante o sulla solidarietà negata da chi ha chiuso la porta in faccia a un uomo che moriva. La morte di un lavoratore regolare è stata declassata a trafiletto di cronaca locale, isolata e sterilizzata affinché non disturbasse la narrazione pubblica.
Lo scenario è mutato radicalmente non appena le agenzie di stampa hanno battuto la notizia del folle gesto di Modena. Nel capoluogo emiliano sono accorsi immediatamente il Presidente della Repubblica e il Presidente del Consiglio, trasformando legittimamente l’evento in una questione di rilevanza nazionale, ma aprendo contemporaneamente il fianco a una scomposta e oscena strumentalizzazione politica da parte di settori della maggioranza. La macchina della propaganda si è attivata all’istante, ignorando la reale natura del problema, legata alla gestione della salute mentale e della vulnerabilità psichiatrica, per ricondurre tutto al binomio sicurezza-immigrazione.
Il leader della Lega, Matteo Salvini, è arrivato a proporre l’introduzione di un permesso di soggiorno a punti, ignorando o omettendo il fatto che l’autore dell’investimento fosse a tutti gli effetti un cittadino italiano, una clamorosa svista giuridica che persino il ministro degli Esteri Antonio Tajani è stato costretto a correggere pubblicamente per arginare la deriva demagogica. A rincarare la dose è intervenuto l’eurodeputato Roberto Vannacci, il quale ha liquidato il dramma modenese con una sentenza lapidaria e dai toni marcatamente discriminatori, sostenendo che importare il terzo mondo significhi inevitabilmente trasformare l’Italia nel terzo mondo. Una lettura che cancella la realtà dei fatti pur di alimentare la paura dell’invasione culturale e biologica dello straniero.
Questa vistosa asimmetria nella gestione del dolore e dell’indignazione svela un meccanismo psicologico e politico radicato nel discorso pubblico italiano. Quando la violenza è commessa da cittadini italiani, il crimine viene immediatamente individualizzato, ridotto a un episodio isolato, alla follia dei singoli, a una fatalità generata da ragazzi difficili all’interno di una tragedia circoscritta che non deve chiamare in causa la collettività. Al contrario, quando l’autore del reato possiede tratti o origini riconducibili all’immigrazione, il singolo gesto perde la sua dimensione individuale per diventare immediatamente il simbolo di una minaccia collettiva, lo specchio di un fallimento sistematico delle frontiere e della sicurezza.
Esiste una precisa gerarchia dei corpi e delle esistenze che stabilisce quale vita meriti il lutto nazionale e quale debba scivolare via nell’indifferenza. La riflessione che emerge, priva di qualsiasi intento puramente polemico, riguarda il ruolo pedagogico delle istituzioni. Sarebbe stato un segnale potente e profondamente repubblicano se le massime autorità dello Stato avessero scelto di recarsi anche a Taranto, per affermare che Sako Bakari era un pezzo integrante di questa nazione, un marito, un futuro padre e un lavoratore onesto che lo Stato aveva il dovere di tutelare. Quel silenzio istituzionale finisce invece per legittimare l’idea che il razzismo sia un problema secondario e che quei ragazzi di Taranto, cresciuti nelle nostre scuole e davanti ai nostri schermi, siano una mostruosità aliena e non, al contrario, il prodotto diretto di una cultura dell’indifferenza che ci appartiene e che la politica preferisce non guardare negli occhi.
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