In occasione del Giorno del Ricordo, ANPI propone un contributo di riflessione storica dedicato alla vicenda del confine orientale italiano, con riferimento agli eventi che segnarono l’Istria, la Venezia Giulia e la Dalmazia durante e immediatamente dopo la Seconda guerra mondiale. Il testo che segue intende richiamare il contesto storico generale in cui maturarono tali avvenimenti, nel rispetto della complessità dei fatti e della pluralità delle memorie.
“Raramente, in occasione del «Giorno del ricordo», si è messa a fuoco la «più complessa vicenda del confine orientale» in tutte le sue sfaccettature, affidandosi alle lenti e agli strumenti dell’indagine storica. Molti ricordando la tragedia delle foibe continuano a presentarla come un caso di pulizia etnica, ma questa lettura non coglie la reale natura dei massacri e degli infoibamenti istriani del 1943 e giuliani del 1945.
Non si può capire quella violenza senza partire dai crimini di guerra commessi dal fascismo nei Balcani. Dal 1919 in poi, infatti, il regime di Mussolini che considerava gli slavi “una razza inferiore e barbara” insanguinò quelle terre con distruzioni, violenze e omicidi contro le minoranze slovene e croate, gli oppositori politici antifascisti, le comunità ebraiche.
Poi dal ’41 con l’invasione italiana della ex Jugoslavia i fascisti si resero responsabili di stragi efferate, internamenti mortali di civili nei lager, inenarrabili atrocità contro le popolazioni locali pretendendo che il popolo sloveno fosse snazionalizzato, annientato, negando il suo diritto ad avere una lingua e una patria.
Il 1° marzo 1942, il generale Roatta nella tristemente famosa Circolare 3C per sgominare chi si opponeva al potere dell’Italia fascista, intimava che «il trattamento da fare ai ribelli non deve essere quello del “dente per dente” ma quello della “testa per dente”». E qualche mese dopo il generale Robotti, scoprendo che in un gruppo di 73 prigionieri slavi nessuno era stato ucciso per dare l’esempio, ammoniva i suoi sottoposti con un’agghiacciante affermazione: «Si ammazza troppo poco!».
In Slovenia durante l’occupazione nazifascista ci furono 4.000 ostaggi fucilati, 1.900 torturati o arsi vivi, 1.500 morti nel campo di concentramento di Arbe, migliaia di internati a Gonars e in Veneto. Nella Risiera di San Sabba i nazisti allestirono l’unico forno crematorio in Italia, nel quale vennero bruciati i corpi di 5.000 persone, civili e resistenti sloveni, croati, italiani ed ebrei.
Secondo calcoli ancora approssimativi si possono stimare in almeno 350.000 le persone morte, durante il secondo conflitto mondiale, per l’attività delle truppe dell’Italia fascista, di cui 250.000 tra i popoli della Jugoslavia e non meno di 100.000 tra i greci.
Con la “pulizia etnica” del nazifascismo in Jugoslavia morì un milione di persone su neanche 15 milioni di abitanti.
Fu nel contesto di una guerra totale che maturò dunque il dramma delle foibe e del successivo, drammatico esodo dei giuliano-dalmati. In due ondate repressive (dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 e poi tra maggio e giugno 1945) vennero eliminati tra i 4.000 e i 5.000 italiani – tanti per ora ne ha accertati la ricerca storica.
Senza strumentalizzazioni di parte, dunque, ricordiamo tutta la storia del Confine orientale e celebriamo il Giorno del Ricordo perché le foibe non appartengono a questo o a quel partito: i morti sono un monito per tutti e così vanno rispettati.
Da questa storia ci viene proprio la lezione del confine italo-sloveno e di ogni confine dove lingue e religioni si fondono, dove usi e costumi si incontrano, dove far prevalere il rispetto delle diversità e non la logica dell’odio e del nemico”.
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