Bella Ciao non si tocca, sul palco del primo maggio non si cancella la Resistenza

Bella Ciao non si tocca, sul palco del primo maggio non si cancella la Resistenza
05 Mag 2026

Red

Esistono parole che non sono semplici etichette, ma coordinate geografiche della nostra libertà. Quando dal palco del Concertone del Primo Maggio, in diretta nazionale, la parola partigiano viene espunta dal testo di Bella Ciao per essere sostituita con un generico e innocuo «essere umano», non assistiamo a una semplice licenza artistica, ma a una vera e propria chirurgia linguistica che puzza di capitolazione culturale. L’operazione di restyling messa in atto da Delia Buglisi non è un allargamento del messaggio per renderlo attuale rispetto ai conflitti in Ucraina o Gaza, come dichiarato, ma rappresenta l’amputazione definitiva del protagonista della Resistenza. Sbianchettare il partigiano significa decontestualizzare il sacrificio, privandolo della sua specificità storica e politica per renderlo digeribile a una narrazione che da tempo cerca di normalizzare il passato, rendendo tutto indistinto sotto il velo di un umanesimo di facciata.

Questa tendenza alla rimozione sembra quasi funzionale a non disturbare quella parte di politica che, da sempre, ostenta insofferenza verso l’inno della Resistenza, considerandolo divisivo. È un paradosso amaro osservare come chi oggi tenta di modificare la storia, o di proporre letture assurde per edulcorare il brano, possa farlo proprio grazie alla libertà regalatagli da quei partigiani che ebbero il coraggio di opporsi alla dittatura nazifascista. La nostra Costituzione è scritta col sangue di chi resistette. Tentare di sostituire l’identità del combattente per la libertà con quella di un universale «essere umano» è un errore concettuale: non tutti gli esseri umani scelsero di stare dalla parte giusta della storia. Alla storia della Resistenza appartengono tutti coloro che scelsero la democrazia, ma non possono appartenervi, neanche per induzione o pacificazione forzata, i fascisti.

In Abruzzo, il peso di questa cancellazione si avverte con una gravità particolare. La nostra regione è stata il cuore della Linea Gustav, terra di eccidi e di eroismi che non possono essere ridotti a categorie generiche. Il sacrificio della Brigata Maiella, l’unica formazione partigiana decorata con medaglia d’oro al valor militare a non essere sciolta alla liberazione dei territori di origine, testimonia che il termine partigiano porta in sé un valore civile imprescindibile. Modificare una canzone che è diventata un inno universale di libertà proprio perché nasce da una lotta specifica contro l’oppressione fascista è un atto di superbia intellettuale. Non si può rendere “attuale” un brano eliminando la ragione stessa per cui è nato: la lotta partigiana non è una variabile sostituibile in base alle mode televisive o alle sensibilità di chi, occupando ruoli istituzionali apicali, preferisce evitare di cantare una melodia che ricorda le proprie sconfitte ideologiche.

Cedere sulla precisione dei termini significa cedere sulla verità storica. L’idea che per essere “inclusivi” si debba cancellare il termine partigiano è una tesi pericolosa che apre la strada a un revisionismo strisciante. Le voci di intellettuali, artisti e giornalisti che da anni denunciano il tentativo di sbianchettare il passato antifascista dell’Italia trovano conferma in queste performance da palcoscenico. Non è con l’annacquamento dei simboli che si costruisce la pace o la solidarietà verso i popoli in guerra oggi, ma con la riaffermazione dei valori di chi seppe dire no alla dittatura. Quello che è andato in scena su Rai3 non è un progresso, ma una ritirata davanti alla pretesa egemonia culturale di chi non ha mai digerito la sconfitta del Ventennio. La libertà di opinione di cui godono i revisionisti è il debito mai estinto verso chi ha imbracciato le armi per riconsegnare l’Italia alla civiltà; utilizzare quel palcoscenico per modificare l’eredità di quei ragazzi significa tradire non solo la storia, ma il futuro stesso della nostra democrazia.


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