di Alessandra Prospero
L’11 settembre non è solo una data scolpita nella memoria degli Stati Uniti. In Cile, rappresenta il giorno in cui la democrazia si interruppe con la forza delle armi, aprendo la strada a una delle dittature più dure dell’America Latina.
“Il Cile era una lacrima di mare e il cielo una conquista del destino” scrisse la poetessa Carmen Yáñez che proprio l’11 settembre del 1971 si sposava con lo scrittore Luis Sepúlveda.
Negli occhi e nel cuore il sogno di un socialismo pacifico, di una democrazia propugnata e difesa in prima persona da Salvador Allende, leader dell’Unità Popolare e primo presidente marxista eletto democraticamente in America Latina.
Il colpo di stato
Due anni dopo, all’alba dell’11 settembre 1973, il sogno di giustizia e di libertà del popolo cileno venne infranto e le Forze Armate cilene misero in atto un piano coordinato per rovesciare il governo di Allende.
I carri armati occuparono Santiago, i militari presero il controllo dei mezzi di comunicazione, mentre l’aviazione bombardava il palazzo presidenziale della Moneda. Allende, rifiutando l’offerta di resa, pronunciò alla radio il suo ultimo discorso al popolo cileno, un testamento politico che ancora oggi viene ricordato. Poco dopo morì: la versione ufficiale parla di suicidio con il fucile regalatogli da Fidel Castro.
La dittatura di Pinochet
Al termine della giornata, il generale Augusto Pinochet emerse come figura dominante della giunta militare. Per quasi 17 anni, fino al 1990, il Cile visse sotto un regime autoritario caratterizzato da repressione politica con scioglimento del parlamento, divieto dei partiti, censura e persecuzioni; violazioni dei diritti umani con migliaia di morti e desaparecidos, torture, campi di prigionia, esili forzati e sperimentazione economica dato che le riforme dei cosiddetti Chicago Boys introdussero politiche neoliberiste radicali, che trasformarono l’economia cilena ma aumentarono disuguaglianze e precarietà sociale.
Il contesto internazionale
Il golpe avvenne nel pieno della Guerra Fredda. Gli Stati Uniti, preoccupati dall’ascesa di un governo socialista in Sudamerica, avevano sostenuto economicamente e politicamente l’opposizione ad Allende. Documenti desecretati negli anni successivi hanno confermato il ruolo di Washington nell’isolamento del governo cileno e nel sostegno al colpo di stato.
Memoria e ferite aperte
Il Cile ha recuperato la democrazia solo nel 1990, dopo un plebiscito che sancì la fine del regime. Da allora, l’11 settembre rimane una data di memoria e conflitto. Per molti, è il simbolo della lotta per la giustizia, con manifestazioni in ricordo delle vittime della dittatura ma per altri rappresenta la caduta di un governo che, a loro giudizio, aveva condotto il paese al caos economico e politico.
Cinquant’anni dopo, le cicatrici sono ancora visibili. L’11 settembre cileno resta un avvertimento universale sui rischi della rottura democratica e sul prezzo che un popolo paga quando le armi sostituiscono le urne.
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