di Federico Del Monaco
Da Guccini a James, passando per Cousy, Dr. J, Jordan e Bryant: il farewell tour è diventato uno dei grandi riti dello sport americano. Un ultimo viaggio, arena dopo arena, nel quale il campione saluta il pubblico e il pubblico restituisce memoria, gratitudine e applausi.
Perché anche chi ha dominato per vent’anni, prima o poi, merita il diritto di dire addio.
L’ultimo giro dei grandi
La recente scomparsa di Francesco Guccini riporta inevitabilmente alle sue canzoni. Succede con i grandi: quando se ne vanno, per qualche giorno il loro repertorio smette di appartenere alla discografia e torna a far parte della nostra biografia. Ognuno recupera il proprio Guccini: un’età, una persona, una strada percorsa in macchina, qualcosa che credevamo dimenticato e invece aveva semplicemente cambiato scaffale.
Nel 1993 esce Parnassius Guccinii e dentro c’è una canzone nata dalla fine del rapporto con Angela, madre di sua figlia Teresa. E dentro quella canzone c’è anche l’America che Guccini aveva frequentato attraverso musica, letteratura e Dylan.
Farewell
Una parola che è qualcosa di più di “addio”. È l’ultimo saluto sapendo che è l’ultimo.
E chi ama il basket americano con quella cultura ha fatto i conti per tutta la vita: musica, cinema, fumetti, college, highway, palazzetti, gigantismi e sentimentalismi. Perché gli americani hanno uno strano rapporto con la memoria: possono demolire un edificio storico senza accusare particolari disturbi del sonno e contemporaneamente organizzare una cerimonia di quaranta minuti perché un giocatore sta disputando l’ultima partita a Milwaukee.
Ed è così che Guccini, seguendo una traiettoria che nemmeno lui avrebbe previsto, ci porta a LeBron James.
Il prossimo?
LeBron ha lasciato Los Angeles ed è arrivato a Philadelphia. Due anni di contratto, con il secondo sotto forma di player option. La stagione 2026-27 sarà la sua ventiquattresima in NBA.
Ventiquattro.
A quel punto non parliamo più di longevità sportiva. Parliamo di un uomo che sta apertamente litigando con l’anagrafe e, al momento, sembra anche avere ragione.
Sarà il suo farewell tour?
Probabilmente no. LeBron non ha annunciato nulla e quell’opzione per l’anno successivo fa pensare che il vero ultimo giro possa arrivare nel 2027-28. Sempre ammesso che a un certo punto decida davvero di smettere e non inizi a puntare direttamente alla carriera di Robert Parish, Matusalemme e Highlander.
Si era persino parlato di una troupe pronta a seguirlo per costruire una sorta di Last Dance in tempo reale. Maverick Carter ha smentito: LeBron stesso non sa ancora quale sarà la sua ultima stagione.
Ma la voce è interessante proprio per questo.
Noi siamo già pronti al suo addio prima di lui.
È difficile immaginare una carriera del genere chiusa a luglio con un post su Instagram, quattro cuori, “grazie basket” e buone vacanze.
Troppo poco.
È accaduto invece a Russell Westbrook: stagione finita, estate, annuncio del ritiro. Fine. Nessuna ultima Oklahoma City, nessun ultimo Madison Square Garden, nessun pubblico avvisato che quella sarebbe stata l’ultima occasione per vedere l’uomo che per quasi vent’anni ha affrontato il concetto di moderazione come un’offesa personale.
Scelta legittima.
Ma alcuni campioni vorremmo poterli salutare.
Quando ancora non si chiamava farewell tour
Nel 1963 Bob Cousy era alla fine della sua corsa con Boston. La NBA era ancora giovane, poco patinata e soprattutto non aveva ancora scoperto che qualsiasi evento sportivo può diventare un contenuto televisivo di tre ore.
Il 17 marzo, nell’ultima partita casalinga di regular season, il Boston Garden celebrò la celebre Boston Tear Party. Cousy avrebbe dovuto parlare sette minuti. L’emozione lo bloccò, ne impiegò una ventina. Dal pubblico qualcuno gridò: “We love ya, Cooz”. Arrivò persino un telegramma di John Fitzgerald Kennedy.
Poi Cousy fece una cosa oggi quasi scorretta nei confronti della narrazione: continuò a giocare, arrivò alle Finals e chiuse vincendo il titolo contro i Lakers.
Il farewell tour ancora non esisteva, ma il principio sì: sapere che è l’ultima volta cambia il modo in cui guardiamo qualcuno.
John Havlicek nel 1978 aggiunse un altro tassello, annunciando per tempo il ritiro e ricevendo omaggi nelle varie città.
Poi arrivò Julius Erving.
E l’addio smise di essere soltanto commozione e diventò spettacolo.
Quando Dr. J annunciò che il 1986-87 sarebbe stato il suo ultimo campionato, ogni trasferta divenne una celebrazione. Regali, applausi, cerimonie. Non era più Philadelphia a salutare Julius Erving: era l’intera NBA.
A quel punto il campione non doveva necessariamente ritirarsi.
Poteva andarsene lentamente.
L’ultimo giro d’America
Kareem Abdul-Jabbar nel 1988-89 portò il concetto alle sue conseguenze naturali: praticamente un pellegrinaggio con calendario NBA.
Ogni città preparava qualcosa. Regali, cerimonie, oggetti commemorativi. Al Forum arrivarono discorsi, una Rolls-Royce e perfino una sedia a dondolo, perché evidentemente negli Stati Uniti, dopo vent’anni di basket professionistico, il passaggio immediatamente successivo è trasferirsi su una veranda e osservare il tramonto.
Poi toccò a Michael Jordan.
Il vero addio del 2003, con Washington, non possedeva la perfezione cinematografica del 1998. Niente tiro su Bryon Russell, niente sesto titolo. C’erano quarant’anni, i Wizards e un corpo ancora straordinario ma finalmente sottoposto anche lui alle leggi della termodinamica.
Eppure tutti sapevano.
Chicago gli regalò una standing ovation interminabile. A Philadelphia, nell’ultima partita, Julius Erving e Moses Malone gli consegnarono addirittura una golf cart che, per chi non lo sapesse, è quel trabiccolo elettrico che si veder sui verdi campi, spesso guidato dal caddy.
Difficile immaginare un oggetto capace di comunicare con maggiore delicatezza: “Michael, sei stato Dio, adesso però evita di camminare troppo”.
Dwyane Wade trasformò invece il suo 2018-19 nel One Last Dance, scambiando maglie con amici, avversari e giocatori cresciuti guardandolo. L’ultima partita a Brooklyn terminò persino con una tripla doppia e LeBron James, Chris Paul e Carmelo Anthony a bordo campo.
Dirk Nowitzki fece l’opposto: non volle annunciare il ritiro proprio per evitare il tour. La NBA provò a salutarlo comunque.
Perché una volta che sei abbastanza grande, persino sottrarti alla cerimonia diventa parte della cerimonia.
Kobe
E poi c’è Kobe Bryant.
Kobe, inizialmente, quel tour non lo voleva.
Poi il 29 novembre 2015 pubblicò Dear Basketball. Non una conferenza stampa, ma una lettera d’amore al gioco per annunciare che quella sarebbe stata l’ultima stagione.
Da quel momento tutto cambiò.
Le città che per vent’anni lo avevano fischiato iniziarono ad applaudirlo.
Boston compresa.
Il nemico arrivava per l’ultima volta e improvvisamente smetteva di essere il nemico. Era Kobe Bryant. Una parte della nostra vita cestistica stava passando davanti a noi e persino chi lo aveva detestato capiva che sarebbe stato abbastanza stupido trascorrere gli ultimi cinque minuti disponibili continuando a fischiarlo.
Poi arrivò il 13 aprile 2016.
Lakers-Utah.
Ultima partita.
Kobe tira cinquanta volte.
In qualunque altra serata sarebbe stato necessario convocare allenatore, compagni, dirigenza e forse un magistrato. Quella sera invece la richiesta era una sola: dagli ancora la palla.
Per vent’anni gli avevano chiesto di passarla.
Nell’ultima notte nessuno voleva che lo facesse.
Sessanta punti. Ventitré nell’ultimo quarto. Lakers da -15 alla vittoria, 101-96. Tripla, altro canestro per il sorpasso e, quasi per dimostrare di possedere un senso dell’umorismo, l’ultima azione offensiva della carriera termina con un assist.
Non aveva più le gambe di Kobe. Non aveva più l’esplosività di Kobe. Durante quella stagione, molte sere, non era più realmente Kobe Bryant.
Ma quella notte decise di esserlo ancora.
Sessanta.
Sipario.
Mamba out.
Trovare un’ultima partita più esageratamente, meravigliosamente e insensatamente Kobe di quella sarebbe stato impossibile.
Il diritto di dire addio
Il farewell tour rimane qualcosa di profondamente americano.
Lo stesso finale replicato arena dopo arena: video, standing ovation, regalo, abbraccio, fotografia. “Last time in Boston”. “Last time in Chicago”. “Last time at the Garden”.
A febbraio il giocatore deve avere la sensazione di essere morto già diciassette volte.
Ma gli americani sono fatti anche così.
Hanno un rapporto con il passato curioso. A Boston costruirono il nuovo palazzetto praticamente accanto al vecchio Garden e, appena pronto, demolirono quello dove avevano giocato Russell, Cousy, Havlicek e Bird.
Per noi europei è quasi inconcepibile.
Noi conserviamo pietre delle quali spesso ignoriamo perfino l’utilizzo originario; loro, se qualcosa non funziona più, valutano serenamente la sostituzione.
È come guardare il Colosseo e concludere che i parcheggi sono pochi, i bagni insufficienti e la visibilità dai settori alti francamente mediocre. Quindi abbatterlo e costruire un bell’hotel spaziale, finestrato, climatizzato, con ascensori panoramici e soprattutto marmi finalmente impossibili da rubare.
Però, prima di demolirlo, organizzerebbero una cerimonia di quattro ore.
Due modi diversi di intendere la memoria.
A ciascuno il suo.
Ma su una cosa possiamo essere americani anche noi.
Vogliamo sapere quando sarà l’ultima volta.
Vogliamo accendere la televisione sapendo che quella partita conta diversamente. Vogliamo vedere ancora una volta quel movimento, quel tiro, quella faccia. Persino quei difetti che per anni ci hanno fatto infuriare.
Vogliamo salutare chi abbiamo amato e, qualche volta, persino chi abbiamo detestato.
Perché alla fine statistiche, classifiche e discussioni su chi fosse più forte diventano secondarie.
Resta il privilegio di esserci stati.
E quando arriverà anche il giorno di LeBron — tra un anno, due o quando deciderà lui — speriamo soltanto che ce lo dica.
Con un po’ di anticipo.
Dopo venticinque anni di canestri possiamo concedergli un’ultima stagione.
E concedere a noi stessi il tempo di salutarlo.
Farewell.
Abruzzo Sera è anche su Whatsapp.
Iscriviti al nostro canale per essere sempre aggiornato.
In primo piano
Giornata nazionale per le vittime sul lavoro: in Abruzzo 7 morti nei primi 7 mesi del 2026
La sicurezza sul lavoro al centro della 76ª Giornata nazionale: in Abruzzo sette vittime, mentre l’Italia riflette su un’emergenza continua.
Crescere Insieme, 10 anni di impegno sociale
Crescere Insieme festeggia dieci anni a L'Aquila. Il fondatore Goffredo Juchich racconta le sfide affrontate, il lavoro con i minori e i progetti futuri.
L’Aquila, inaugurata la mostra su Piersanti Mattarella. Giovanni Grasso: il racconto di una vita, non soltanto di una morte
Al Palazzo dell’Emiciclo circa 150 fotografie, molte delle quali inedite, ripercorrono la vicenda umana, familiare e politica del presidente della Regione Siciliana assassinato dalla mafia nel 1980. L’esposizione sarà visitabile gratuitamente fino al 31 ottobre.
Giovanni Fontana, una vita oltre la pagina: all’Aquila il Premio alla carriera “Arte e Umanità” 2026
Il 24 ottobre al Palazzetto dei Nobili il riconoscimento nell’ambito del Premio Hombres Itinerante. Poliartista, poeta, performer e teorico della poesia epigenetica, Fontana è tra i protagonisti della ricerca poetica italiana e internazionale dagli anni Sessanta.
Giornata nazionale per le vittime sul lavoro: in Abruzzo 7 morti nei primi 7 mesi del 2026
La sicurezza sul lavoro al centro della 76ª Giornata nazionale: in Abruzzo sette vittime, mentre l’Italia riflette su un’emergenza continua.
Crescere Insieme, 10 anni di impegno sociale
Crescere Insieme festeggia dieci anni a L'Aquila. Il fondatore Goffredo Juchich racconta le sfide affrontate, il lavoro con i minori e i progetti futuri.
L’Aquila, inaugurata la mostra su Piersanti Mattarella. Giovanni Grasso: il racconto di una vita, non soltanto di una morte
Al Palazzo dell’Emiciclo circa 150 fotografie, molte delle quali inedite, ripercorrono la vicenda umana, familiare e politica del presidente della Regione Siciliana assassinato dalla mafia nel 1980. L’esposizione sarà visitabile gratuitamente fino al 31 ottobre.
Giovanni Fontana, una vita oltre la pagina: all’Aquila il Premio alla carriera “Arte e Umanità” 2026
Il 24 ottobre al Palazzetto dei Nobili il riconoscimento nell’ambito del Premio Hombres Itinerante. Poliartista, poeta, performer e teorico della poesia epigenetica, Fontana è tra i protagonisti della ricerca poetica italiana e internazionale dagli anni Sessanta.



