La Regione approva il nuovo manuale unico per i servizi residenziali e semiresidenziali, superando la frammentarietà dei Comuni. Ma il nodo dell’equipollenza dei titoli e la carenza cronica di laureati L19 rischiano di paralizzare il settore.
Si apre una stagione inedita per il sistema dell’accoglienza e della tutela dei minorenni, segnata dall’approvazione del nuovo manuale regionale per l’autorizzazione dei servizi residenziali e semiresidenziali. Un documento atteso, nato dal lungo confronto tra l’assessorato regionale alle Politiche Sociali, la Procura dei minorenni e i rappresentanti delle cooperative per mettere ordine in un panorama fino a ieri frammentato da comune a comune. Tuttavia, la totale assenza delle sigle sindacali al tavolo di stesura si sta rivelando il peccato originale della riforma: un’esclusione che oggi sul campo si traduce in gravi difficoltà di “messa a terra“, acuendo il rischio di paralisi per i servizi e di scontro sui diritti dei lavoratori.
Se da un lato il nuovo impianto normativo introduce certezze operative, definendo con precisione le responsabilità degli enti locali e inaugurando un sistema di monitoraggio integrato tra magistratura e organi di garanzia, affiancato da un apposito tavolo tecnico. Dall’altro la vera sfida si sposta ora sul campo, dove la riforma rischia di scontrarsi con una criticità strutturale: la drammatica assenza di personale qualificato a fronte dei rigidi parametri imposti.
Il punto più critico dell’intera riorganizzazione riguarda la tenuta occupazionale e il futuro professionale di almeno 300 educatori storici. Figure chiave che da anni garantiscono la sopravvivenza del settore in Abruzzo, mettendo in campo un bagaglio di competenze inestimabile maturato “sul campo”.
I nuovi vincoli normativi impongono tuttavia l’obbligo esclusivo della laurea in Scienze dell’Educazione (L19), creando una forbice numerica insostenibile per la gestione dei servizi. Le università abruzzesi sfornano ogni anno soltanto poche decine di laureati L19, e una minima parte di questi sceglie le comunità per minori, preferendo contesti a minore carico emotivo. Una crisi che riflette un trend nazionale: nell’ultimo anno accademico oltre il 35% dei posti disponibili nei corsi di laurea specifici in Italia è andato deserto.
Per evitare la dispersione di questo patrimonio umano e scongiurare il rischio di perdere centinaia di posti di lavoro, diventa imperativo sbloccare l’equipollenza dei titoli o strutturare percorsi di riqualificazione accessibili. In questa direzione si muove l’intesa in via di definizione con gli atenei per l’attivazione di corsi di alta formazione specifici. Sul fronte sindacale, intanto, si leva forte la necessità di un tavolo di crisi immediato affinché le sigle di categoria facciano da ponte tra le esigenze di aderenza normativa e la tutela dei lavoratori.
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