La Capitale della Cultura e L’Aquila reale

La Capitale della Cultura e L’Aquila reale
di Alessandro Tettamanti

L’Aquila è stata proclamata capitale della cultura 2026. Una notizia importante che può far bene e costituire davvero un’opportunità, se si parte dalla consapevolezza che in questo momento la città ha delle difficoltà, che se non individuate e affrontate rischiano di essere acuite, piuttosto che ridotte, dalla città italiana della Cultura.

Il ritardo nella ricostruzione pubblica è frutto di un gap culturale dal quale partire ad esempio. Che cultura sarebbe altrimenti quella che non abbia un suo spazio pubblico? 

Ad oggi all’Aquila spicca la mancata ricostruzione del Teatro, del Cinema Massimo e più in generale di  tanti luoghi della cultura, tra cui le scuole. 

E’ così per una scelta, per aver preferito di ricostruire prima altro.

In questo contesto, negli ultimi anni, con il ritorno di tante attività, ci si sta sempre di più interrogando su quale sia l’idea di città per il centro storico, ossia l’elemento simbolico che più di tutti finora ha rappresentato l’identità collettiva aquilana, quindi anche culturale.  

Un centro oggi senza abbastanza residenti e quindi servizi, pensato per una vocazione quasi esclusivamente consumistico-commerciale e turistica che in molti rilevano come insostenibile se non integrata a una micro economia più sociale e di prossimità. 

Sarebbe sbagliato utilizzare allora la capitale della cultura per alimentare e mantenere in vita i contorni di quella che assume i contorni di un’ideologia socio-economica, senza invece sfruttare l’occasione per riprendere in considerazione anche altre idee e possibilità.

“La Capitale della cultura non sarà un eventificio”, ha detto il sindaco Biondi ieri in conferenza stampa, mettendo in tal senso un po’ le mani avanti. 

Affinché davvero non lo sia è necessario che l’Amministrazione lavori innanzi tutto per la creazione di una maggiore coesione territoriale. La proclamazione dell’Aquila potrebbe servire a creare finalmente un processo cittadino aperto, non basato sull’idea di rivincite o presunte superiorità nel campo culturale.

Alcuni segnali per essere ottimisti non mancano. Ad esempio la manifestazione “Panorama” dello scorso settembre, che ha saputo aprire la bellezza della città oltre la sua vetrina centrale, andandola a riscoprire e facendola riscoprire agli aquilani stessi.  Ha ridato vita e valore agli edifici storici, mostrandone alcune possibilità di utilizzo per fare arte e cultura di massa.  Altra positività è la presenza del MaXXi, in particolare quando ricerca  il contatto con la realtà cittadina e le collaborazioni con altri Enti e associazioni, collegando l’alto e il basso, operazione molto importante sul piano culturale. 

Solo così può alimentarsi un’idea di cultura accessibile, partecipata e diffusa nel territorio e le classi sociali, che può servire dunque, come da tutti  auspicato, a contrastare la povertà educativa e lo spopolamento delle aree interne. Solo così si potrà parlare davvero di rilancio dell’Appennino e non far restare vuota retorica alcune parole.

Qualsiasi intervento sulla città dell’Aquila e il territorio, non dovrebbe mai prescindere dalla frattura scaturita dal terremoto – vero elemento di eccezionalità rispetto agli altri contesti –  e quindi dal trauma tuttora agente sulla comunità aquilana e le sue infrastrutture, a partire dal quale costruire strategie culturali che aiutino a ritessere i legami e quindi anche la stessa identità cittadina. 

Operazioni diverse potrebbero rivelarsi pericolosi castelli di carta volti ad alimentare storture del processo di riavvio socio economico del capoluogo abruzzese.  

La tentazione di prendersi un’altra grossa sbornia con la proclamazione della Capitale è alta, ma porterebbe L’Aquila a schiantarsi. E’ il momento piuttosto di restare lucidi e calibrati, ampliando la partecipazione e affrontando i problemi, a partire dai quali costruire davvero una Capitale della cultura e dunque un pezzo dell’Aquila futura.


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