La bufala del “silenzio digitale per Gaza”: perché la catena WhatsApp non ha alcun effetto

La bufala del “silenzio digitale per Gaza”: perché la catena WhatsApp non ha alcun effetto
03 Set 2025

di Alessandra Prospero

Da mesi circola sui social e soprattutto su WhatsApp, senza accenno ad esaurirsi, una catena che invita a spegnere il telefono per 30 minuti ogni sera, generalmente alle ore 21:00, per creare un presunto “silenzio digitale per Gaza”. Secondo il messaggio, questa azione coordinata disturberebbe gli algoritmi dei social media e invierebbe un “segnale di anomalia” capace di attirare l’attenzione dei leader mondiali sulla situazione nella Striscia di Gaza.

Origine e diffusione della catena

Il messaggio è presentato come un’iniziativa del movimento “March to Gaza” (MTG). Tuttavia, lo stesso gruppo ha smentito ufficialmente qualsiasi coinvolgimento: l’invito non proviene dai loro canali ufficiali. Il testo della catena si ripresenta ciclicamente, cambiando soltanto la data, proprio per sembrare sempre attuale e alimentare la sua diffusione virale.

Perché è una bufala

Dal punto di vista tecnico, il gesto non ha alcun impatto:

  • Gli algoritmi dei social non monitorano l’assenza degli utenti, ma solo ciò che viene pubblicato, condiviso e interagito.
  • Il traffico digitale globale è enorme: anche un blackout prolungato in un Paese intero non ha mai prodotto effetti significativi sugli algoritmi delle piattaforme.
  • Spegnere il telefono è un atto individuale, che al massimo può offrire una pausa personale dall’uso dello smartphone, ma non ha alcuna efficacia politica o tecnica.

Il rischio delle catene emotive

Le catene di questo tipo sfruttano il senso di impotenza di fronte a una crisi internazionale, offrendo soluzioni simboliche ma inefficaci. Diffonderle significa alimentare una narrativa illusoria e distogliere l’attenzione da azioni concrete. Come sottolineano varie organizzazioni, iniziative realmente utili sono altre: dal sostegno alle ONG impegnate sul campo, alla pressione politica tramite petizioni e lettere indirizzate alle istituzioni.

Il cosiddetto “silenzio digitale per Gaza” è una bufala. Non solo non ha alcun fondamento tecnico, ma rischia di deresponsabilizzare chi la diffonde. La solidarietà non passa attraverso catene virali prive di effetti, bensì attraverso impegno reale, informazione corretta e sostegno concreto a chi lavora ogni giorno per la pace e la difesa dei diritti umani.
Le campagne simboliche hanno senso se sono coordinate e trasparenti. In questo caso invece parliamo di un messaggio anonimo, senza organizzatori riconosciuti. È un modo per disperdere energie.


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