di Marianna Gianforte
2009-2026: diciassette anni, quasi diciotto, tre generazioni e mezzo di bambini e bambine della scuola primaria che non hanno vissuto una normale vita scolastica, dentro edifici veri, strutturati per attività didattiche rispondenti dignitosamente alle esigenze di formazione e di sicurezza dei minori, realizzati nel rispetto dell’inclusione di tanti alunni con disabilità o con bisogni speciali. Un quinto di secolo in cui ciascun bambino e bambina aquilani non hanno potuto vivere la quotidianità didattica in spazi consoni al loro sviluppo psico-fisico.
Tre generazioni di bambini hanno frequentato i cinque anni di primaria (in molti casi anche dell’infanzia e poi delle medie) nei moduli scolastici provvisori realizzati in regime di emergenza nel territorio aquilano dopo il terremoto; a Sassa, Coppito, Paganica o in qualunque altro quartiere o frazione, gli alunni e le alunne dell’Aquila per diciassette anni non hanno saputo cosa voglia dire respirare l’aria di una scuola vera, la loro “casa della formazione”, dove costruire le basi cognitive e disciplinari che li renderanno gli adulti di domani; e hanno dovuto, per esempio, accontentarsi di fare l’ora di attività motoria tra gli spazi comuni delle piccole strutture, oppure le prove delle recite nell’atrio dell’ingresso, spesso lo spazio più ampio che si possa trovare dentro a un Musp.
Difficile immaginare i salti mortali delle maestre e dei maestri per trovare, in quegli angusti scatoloni, angoli di accoglienza e di inclusione per i bambini più fragili. Per cinque anni della loro vita tre generazioni di alunni e alunne hanno sopportato il caldo nei mesi più caldi (provate voi a star lì dentro per otto ore di seguito a studiare), o l’umidità soffocante; oppure hanno dovuto camminare tra un punto e l’altro dei sarcofagi in lamiera con lo sguardo fisso in basso per non rischiare d’inciampare negli avvallamenti che naturalmente si creano dentro a una struttura provvisoria che deve sopportare intemperie e sbalzi di temperature in una zona di montagna.
Diciassette anni, tre generazioni (e mezzo): di questi una buona parte sono stati anni di emergenza, una città terremotata che contava i suoi morti, le persone che avevano abbandonato casa, le famiglie sulla costa o nelle tendopoli, i bambini e bambine che completavano l’anno scolastico nelle scuole delle città costiere. L’imperativo: rianimare una città e le sue frazioni deserte; bisognava riportare le famiglie all’Aquila e l’obiettivo era di riaprire le scuole prima dell’anno scolastico 2010-2011. Si lavorò nei primi anni nell’emergenza, vennero fatti i lavori alle scuole classificate A, B o C, si trovarono i soldi per le prime scuole vere, vennero costruite e poi aperte quelle di Arischia e la Mariele Ventre.
Nel frattempo si lavorò alla costruzione dei Musp, i moduli scolastici provvisori che dovevano essere quanto più dignitosi e sicuri possibile, seppur fatti in emergenza. Ma l’emergenza è finita da almeno un decennio. E da allora, a ogni inizio di anno scolastico tutti gli amministratori e le amministratrici di questa città avrebbero e avrebbero dovuto avere un solo, enorme, immancabile obbligo morale: chiedere scusa prima di tutto a quei bambini e a quelle bambine se anche in quell’anno, come nell’ anno scolastico corrente, avrebbero dovuto imparare a diventare grandi dentro strutture inadatte a loro. Chiedere scusa per non aver fatto il massimo possibile per tirarli fuori da lì, di essersi addormentati sulle pratiche; scusa per non aver avuto la solerzia, in altri ambiti dimostrata, di dare loro ciò che gli spetta di diritto: una scuola vera, senza disagi e senza il fiato sul collo della precarietà.
Di precarietà L’Aquila ne ha già dovuta subire troppa, non condannare generazioni di bimbi a sopportarla nei loro ricordi per sempre, proprio nei luoghi che dovrebbero rivestire la parte più bella della loro esistenza. All’avvio di ogni anno scolastico gli amministratori e le amministratrici di questa città dovrebbero chiedere scusa per non aver saputo trovare, in tutti questi anni, un piano strategico e complessivo per portare la città, che nel frattempo si è messa sulla testa, come un giocoliere, diversi cappelli (vedi il cappello della città dello sport, quello della città della cultura, quello di città regina degli appennini..), a essere veramente una città che mette al centro i suoi cittadini più importanti.
Il cappello della “città della scuola” L’Aquila non lo indosserà mai. Nonostante la narrazione che emerge in questi giorni: cinque comunicati stampa inviati tra l’8 e il 12 settembre per far sapere a tutto il mondo che L’Aquila in due-tre giorni inaugurerà quattro scuole, evidente risposta, come il sole che sorge al mattino, alle diverse inchieste giornalistiche – vedi Report e Fuori Tg per fare un paio di esempio – che hanno puntato gli occhi sulla città terremotata, su cui sono piovuti decine di miliardi di euro per la ricostruzione e non solo, che all’approssimarsi dei vent’anni dalla tragedia non ha dato una scuola vera ai suoi cittadini più preziosi e cari.
Quattro comunicati stampa pieni di dovizie di particolari, gettati negli occhi della gente come una cortina fumogena, lunghi decine di righe senza equilibrio, in cui si perderebbe chiunque, dati su risorse, annunci futuri e tempistiche, buone parole di autoincensamento nel tentativo cinico di coprire le mancanze di nove anni di amministrazione comunale: mancanze soprattutto di dialogo, mancanza di rispetto dei tempi, che sono come promesse di speranza mancate in una città che vive la sua impressione di fermezza soltanto nelle poche decine di metri del centro storico largo e stretto.
Una narrazione che cozza e stride con la rabbia dei comitati, che mai si sono fermati nella loro richiesta pubblica sulla sicurezza e sulla vulnerabilità degli edifici scolastici (senza mai avere una risposta netta), e stride con la lentezza delle procedure che arrivano – guarda il caso – a scadenza elettorale: un pacchetto bello e pronto per chi vuole spostare il suo posto al sole un po’ più in là (leggasi Parlamento). E qui spunta la storiella delle quattro donzelle super eroine partorite da chissà chi tra le mura della faraonica comunicazione comunale, anche quella finanziata in modo abnorme con fondi pubblici: una bionda dai capelli lunghi, una coi capelli corti, una con tratti africani e una rossa alla Nikita. Si tengono per mano e la grafica recita: “Le fantastiche quattro”, come quattro saranno le scuole riconsegnate a partire da lunedì 14.
La loro storiella viene raccontata sul profilo ufficiale del sindaco Biondi, un giorno dopo l’altro, per mettere il dito per quattro giorni di fila nella comunicazione di fantasia. Se l’impegno sulle scuole, come proferito dal sindaco, in un comunicato dell’8 settembre “è massimo” e ha portato alla riapertura di due scuole più la risistemazione di due strutture provvisorie dopo nove anni dal suo primo insediamento, allora forse c’è una percezione sbagliata del concetto di impegno. Se si dovesse dare un voto a tale impegno non raggiungerebbe la sufficienza. Mediocre, come mediocre e anche offensiva risulta la comunicazione sottoforma di un fumetto. Una grafica, quella delle quattro eroine, che appare pure sessista: guarda il caso quattro ragazze luccicanti e avvenenti, come certa comunicazione di parte oggi vuole le donne: eroiche, forze della natura, muse ispiratrici, “comandanti”, cazzute. Una vera caduta di stile, non degna di un’amministrazione pubblica che è il capoluogo di Regione, una comunicazione da respingere, pretendendo che venga tolta dalla circolazione, perché è una presa in giro. Non c’erano super poteri da evocare ma molta buona volontà, attenzione, lavoro e sobrietà.

Sarebbe stato molto più dignitoso attenersi a una postura sobria, formale, in ritardo ma con l’impegno di fare meglio in un tempo futuro. Un tempo che evidentemente non c’è, dato che tra circa sei mesi arriva la scadenza elettorale. Una sobrietà necessaria, perché quasi tremila bambini e bambine frequenteranno ancora la scuola in strutture provvisorie. E chissà per quanto tempo avvenire.
Sono diventati “definitivi”, adeguandoli con interventi, i vecchi Musp: nove anni per arrivare a sistemare due strutture provvisorie, sperando che siano a misura della vita didattica e sociale della sua popolazione scolastica, che siano ad alto contenimento energetico, non siano più dei forni nei mesi più caldi e roventi che il cambiamento climatico ci consegna sempre più. Tutti interrogativi che pretendono una risposta.
Ma che dire del “muspino” di Sassa dove le docenti e il personale Ata, tra l’altro ridotto all’osso, in questi giorni prima della riapertura e come ogni anno si sono rimboccate le maniche per ridipingere da sole le facciate e rendere, così, meno degradante il rientro a scuola tra pochi giorni. Ma lì no, niente interventi e niente attività motoria in spazi adeguati. E’ stato realizzato il polo scolastico di Torretta-Gignano-Sant’Elia, destinato alla scuola dell’infanzia e primaria, ma resta da mettere alla prova la viabilità locale, su cui il Comune è intervenuto non con adeguamenti viari ma con due ordinanze della polizia municipale.

E intanto, nonostante la bulimia di parole nei quattro comunicati stampa – più grafica fumettistica – è stucchevole il silenzio sul destino della scuola Giovanni XXIII, con soldi e progetto disponibili, oggi diventata un beffardo deposito di materiale inerti della ditta che esegue i lavori per lo smart tunnel, e silenzio sulla scuola media Carducci, che ha vagato di annunci tra l’ex caserma Rossi, l’area dell’ex ospedale psichiatrico di Collemaggio, e ora non se ne sa più nulla. Ed erano scuole del centro storico dell’Aquila.
Dunque via dalla nostra visuale le quattro invincibili ragazzuole, e per favore: una postura più rispettosa del ruolo che si riveste; ci vuole rispetto per le bambine e i bambini, le ragazze e i ragazzi, su di loro non si fa campagna elettorale, su di loro si fa solo buona amministrazione.

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