di Melania Aio
La cultura è uno dei pilastri di una società democratica. È il luogo in cui le persone si incontrano, condividono emozioni, costruiscono identità e appartenenza. Andare a teatro, assistere a un concerto, visitare un museo o partecipare a uno spettacolo non significa semplicemente trascorrere il tempo libero, ma esercitare un diritto.
Negli ultimi decenni l’Italia ha compiuto importanti passi avanti nell’eliminazione delle barriere architettoniche e nella diffusione di una cultura dell’inclusione. Ma quando si parla di eventi culturali emerge ancora una distanza significativa tra accessibilità formale e accessibilità reale. Un passaggio fondamentale è stato compiuto nel 2006 con l’adozione della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, ratificata dall’Italia tre anni dopo. L’articolo 30 sancisce il diritto delle persone con disabilità a partecipare alla vita culturale in condizioni di uguaglianza con gli altri e richiama gli Stati a garantire che spettacoli, musei, cinema e luoghi della cultura siano realmente accessibili. Quel principio, insomma, introduce un cambiamento culturale profondo: non basta consentire l’ingresso in un luogo, occorre garantire la possibilità di vivere la stessa esperienza degli altri cittadini. È una distinzione che spesso viene trascurata.
Molti eventi vengono definiti “accessibili” perché prevedono una rampa, un ascensore o un’area riservata alle persone con disabilità. Ma l’accessibilità non può esaurirsi in questo. Se il posto assegnato è lontano dal palco, se la visuale è compromessa, se l’esperienza è inevitabilmente diversa da quella del resto del pubblico, il diritto alla partecipazione viene solo parzialmente garantito. L’inclusione non coincide con la semplice presenza, ma con la possibilità di partecipare alle stesse condizioni.
È il principio della progettazione universale, oggi al centro delle politiche internazionali sull’accessibilità: progettare spazi, servizi ed eventi affinché siano fruibili da tutti fin dall’inizio, evitando soluzioni improvvisate o adattamenti dell’ultimo momento. Anche i numeri raccontano quanto il tema sia ancora attuale. Oggi circa il 16% della popolazione mondiale (OMS), una persona su sei, vive con una forma significativa di disabilità.
In Italia milioni di persone incontrano ancora ostacoli nella piena partecipazione alla vita sociale e culturale, mentre l’ISTAT evidenzia come le barriere ambientali e organizzative rappresentino ancora uno dei principali fattori di esclusione, più della disabilità stessa.
Per questo motivo oggi il dibattito sull’accessibilità non riguarda soltanto l’eliminazione delle barriere architettoniche. Riguarda il modo in cui vengono progettati gli eventi, distribuiti gli spazi, organizzati i servizi e concepito il rapporto con il pubblico.
Su questo tema è intervenuto anche Massimo Prosperococco, che in un post pubblicato su Facebook racconta una situazione concreta vissuta nella città dell’Aquila. Il suo intervento, che riportiamo integralmente, richiama l’attenzione su una questione che riguarda molte realtà italiane: quando l’accessibilità viene ridotta alla semplice presenza di un posto riservato, ma non garantisce una reale partecipazione all’evento.
Di seguito il testo integrale del suo intervento:
“Torno ancora una volta su un tema che mi sta profondamente a cuore: l’accessibilità della cultura. La cultura dovrebbe essere il luogo in cui tutti si sentono parte della stessa comunità. Dovrebbe abbattere le barriere, non crearne di nuove.
E invece, troppo spesso, per una persona con disabilità andare a teatro, assistere a un concerto o partecipare a uno spettacolo significa dover accettare condizioni che nessun altro accetterebbe.
Per molti è un gesto semplice. Si acquista un biglietto, ci si siede e ci si lascia emozionare. Per una persona con disabilità, invece, tutto cambia. Bisogna chiedersi se si riuscirà a entrare, se si vedrà il palco, se il posto assegnato permetterà davvero di vivere quello spettacolo come tutti gli altri. Per questo torno a parlare degli spettacoli sulla scalinata di San Bernardino a L’Aquila.
Non voglio discutere della scelta del luogo, che ovviamente ha il suo peso, ma non è questo il punto ora, quando oramai la struttura è in fase finale di realizzazione. Il punto è che alle persone con disabilità viene riservata una postazione in cima alla scalinata, a oltre 120 metri dal palco. Una postazione vicina all’ingresso dove c’è un enorme via vai di persone, dove la visuale è coperta dalle persone sedute e in piedi davanti, dalle barriere di protezione e che non permette di vivere lo spettacolo nelle stesse condizioni del resto del pubblico.
Questo non significa rendere uno spettacolo accessibile. Significa accontentarsi di dire che un posto c’è e statti a cuccia. L’anno scorso avevo scritto all’assessorato e agli uffici competenti. Mi era stato risposto che il progetto era ormai definito, ma che dall’edizione successiva sarebbero state individuate soluzioni migliori, le avevano già previste. Quelle soluzioni, purtroppo, non sono arrivate.
Ed è ancora più grave perché L’Aquila è L’Aquila Capitale Italiana della Cultura 2026. Proprio nell’anno in cui la città rappresenta la cultura italiana, l’accessibilità dovrebbe essere un valore irrinunciabile, non un problema da affrontare ogni estate. In quelle condizioni, molte persone con disabilità rinunceranno a partecipare. Non perché non abbiano voglia di esserci, ma perché è umiliante.
È umiliante sapere che esiste un posto riservato, ma che quel posto non consente di vivere davvero lo spettacolo. È umiliante vedere gli altri emozionarsi davanti al palco mentre si è relegati lontano, con una visuale compromessa, come se il diritto alla cultura potesse essere esercitato a metà. L’accessibilità non è mettere una carrozzina da qualche parte. L’accessibilità significa permettere a ogni persona di vivere la stessa esperienza, con la stessa qualità, la stessa dignità e le stesse emozioni.
Quando questo non accade, non si può parlare di inclusione. Si crea una condizione di discriminazione. E la discriminazione non dovrebbe trovare spazio proprio nella cultura. Perché una città non diventa Capitale della Cultura soltanto per gli eventi che organizza. Lo diventa quando ogni persona, senza eccezioni, può emozionarsi davanti allo stesso spettacolo, dallo stesso punto di partenza: quello della pari dignità”.
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