Dopo il “No Meloni Day”: la violenza di pochi non spenga le giuste battaglie per la scuola

Dopo il “No Meloni Day”: la violenza di pochi non spenga le giuste battaglie per la scuola
17 Ott 2026

Red

Ancora una volta il copione si ripete con desolante puntualità, trascinando il dibattito pubblico nell’ormai esausto binario dell’ordine pubblico e della cronaca nera. La piazza si riempie della voce vibrante di decine di migliaia di giovani scesi nelle strade d’Italia per il No Meloni Day, sfilando in modo prevalentemente composto per chiedere un diritto fondamentale come una scuola pubblica accogliente, inclusiva, sicura e proiettata verso il futuro. Poi, improvvisamente, il fuoco della narrazione mediatica e politica si sposta: la fiammata di una torcia, le cariche di alleggerimento, i fumogeni, i dieci agenti feriti e i tre arresti registrati nel fronte più caldo di Torino. In un attimo, l’attenzione collettiva viene risucchiata dalla condanna delle frange violente e dalla conta dei danni.

Tuttavia, ridurre una mobilitazione imponente a semplice materia da questura rappresenta un’operazione di rimozione di massa estremamente pericolosa. Sfruttare le intemperanze di poche centinaia di facinorosi per sminuire o silenziare le legittime e profonde rivendicazioni di un’intera generazione è una scelta miope che la politica e le istituzioni non possono più permettersi.

Sia chiaro che la violenza va condannata senza esitazioni. L’aggressione alle forze dell’ordine, l’imbrattamento del patrimonio urbano e la trasformazione di un corteo studentesco in un terreno di scontro non solo sono atti intollerabili, ma costituiscono il miglior alibi per chi desidera archiviare le istanze giovanili come semplici intemperanze estremiste. Ogni sasso lanciato e ogni gesto eversivo finiscono per penalizzare proprio quei ragazzi che scendono in piazza a volto scoperto per far valere le proprie ragioni.

Tuttavia, se si sgombra il campo dalle fumogene e dalle polemiche strumentali, emergono le ragioni reali di un disagio che non nasce dal nulla e che non si spegnerà con i lacrimogeni. Gli studenti italiani (e non solo) protestano contro le condizioni di un sistema scolastico in perenne affanno, costretto a fare i conti con strutture spesso fatiscenti e poco sicure, con il peso economico insostenibile del caro libri e dei costi di trasporto, e con un’idea di istruzione sempre più orientata alla prestazione e all’esclusione piuttosto che all’ascolto e alla formazione critica. Chiedono a gran voce tutele per il proprio benessere psicologico, programmi didattici al passo con la complessità del presente e l’abolizione di formule di alternanza scuola-lavoro che troppo spesso si sono trasformate in mero sfruttamento.

Il rischio più grande per il Paese è quello di rispondere a questa piazza con un muro di incomunicabilità. Le istituzioni non possono limitarsi a una risposta puramente muscolare o difensiva, né considerare concluso il proprio dovere espresso il doveroso sostegno alle forze dell’ordine. Occorre la maturità politica di isolare con fermezza i violenti ma, al tempo stesso, spalancare le porte al dialogo con chi chiede risposte sul futuro della scuola. Riconoscere la dignità e la bontà delle battaglie portate avanti dalla stragrande maggioranza degli studenti è l’unico modo per prosciugare il bacino dell’estremismo e restituire alla mobilitazione giovanile il suo valore di cantiere democratico per il Paese.


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