di Sara Ramzi
“Venivamo dalla diaspora post 6 aprile, dove per 6-7 mesi fino a ottobre eravamo stati in luoghi diversi. Non c’era nessun posto in cui stare in città oltre alle tendopoli, nessuno spazio di aggregazione a parte le scuole. Ma c’era entusiasmo. C’era voglia di ritrovarsi e di stare insieme all’interno dello spazio scolastico, perché non c’era la possibilità di farlo altrove”.
A raccontarlo ad Abruzzo Sera è Fernando Cimini, che nell’aprile 2009 frequentava il liceo Cotugno a L’Aquila. La scossa di terremoto che provocò 309 vittime e oltre 70mila sfollati è uno degli eventi storici più traumatici della storia aquilana recente. Ma dal dolore e dalla confusione, dalla rabbia di chi con i riflettori del mondo puntati addosso subiva militarizzazione (zone rosse e divieti di volantinaggio) e infantilizzazione (caffè e cioccolata venivano proibiti nelle tendopoli perché considerati eccitanti), esplosero lucidità collettive ed energie.
“Per noi studenti tutto iniziò nel novembre 2009, grazie anche al Comitato 3e32, col movimento delle carriole per la liberazione del centro dalle macerie. L’Aquila era totalmente militarizzata, il libro di Caporale L’Aquila non è Kabul lo spiega molto bene. Se non eri residente in centro non potevi accedere. Ricordo la prima piazzetta che abbiamo liberato, piazza Palazzo, che all’epoca era per antonomasia la piazza degli studenti medi e universitari”, spiega Cimini.
Nei mesi precedenti la popolazione aquilana era disseminata nella regione, talvolta anche oltre. A decine di chilometri di distanza dalle montagne aquilane, una parte della popolazione studentesca venne accolta nelle classi sulla costa, dove circa 20mila aquilani vivevano sospesi. In alcuni casi alunni e insegnanti si ritrovarono e dove fu possibile furono allestite piccole classi miste, con studenti aquilani provenienti da vari istituti. “La situazione era sconvolgente, molti di noi avevano subito dei lutti e di certo non era possibile andare avanti con i programmi. Provavamo a fare lezioni a tema. Recentemente ad una collega chiedevo “Ti ricordi quando abbiamo fatto insieme una lezione sulle scale su Leopardi e Schopenhauer?”, ricorda Emilia Bernardi, docente di Filosofia e Scienze Umane al liceo Cotugno. “Anche negli anni successivi, la scuola era l’unico luogo. Avevo la sensazione che i ragazzi venissero contenti”.
Serena Di Giulio si è diplomata nell’estate del 2009. Faceva parte degli aquilani rimasti nelle tendopoli allestite nei giorni successivi al terremoto. Ricorda il periodo da sfollata a Fossa in cui provava a prepararsi per la maturità con insegnanti aquilani – con i quali, a volte, capitava di condividere la stessa tenda – e altri provenienti da fuori regione. Quell’anno si fece solo la prova orale. “C’era un grande caos, ma al contempo si percepiva compattezza. Ci si aiutava, bastava uno sguardo, una pacca sulla spalla”. Dopo essersi laureata in Lingue all’università dell’Aquila, ha lavorato all’estero e nel nord Italia. Da qualche mese è tornata a L’Aquila. “Prima mi ha dato tutto, ora è un luogo molto difficile. Rivivendola da donna adulta con delle necessità, interessi e alla ricerca di un lavoro, ho capito che è diventato un posto ostile. Una città dovrebbe rinascere da quelli che sono i bisogni primari dei cittadini. Dopo 16 anni, è assurdo che in centro non ci siano cinema e teatri veri, o che la biblioteca provinciale non sia operativa. La linea dei trasporti è ancora adesso inesistente e non ci sono veri luoghi di aggregazione”, conclude Di Giulio.
Nelle battaglie studentesche del post terremoto studenti e studentesse chiedevano sicurezza e spazi di aggregazione per giovani, rivendicazioni portate avanti anche negli anni successivi nelle piazze. Racconta Fernando che “ad un certo punto ci fu la possibilità di ottenere uno spazio provvisorio in legno a San Bernardino: venne installata una sorta di aula studio piazzata là che prendemmo come un mero contentino”. L’anno dopo, l’esigenza di avere uno spazio vero, con una grande quantità di edifici vuoti in città, si concretizzò nell’occupazione dell’ex Asilo Occupato.
Negli anni successivi, una parte della “generazione del terremoto” ha provato in qualche misura la sensazione della disillusione. “Mancarono risposte da parte delle istituzioni, tutto si risolse in un nulla di fatto. Oltre a Casematte, ora non ci sono grandi spazi. Quando torno all’Aquila mi rendo conto che, a parte locali delle dimensioni di un bancone dove bere, poi non hai stimoli. L’esempio eclatante per me è l’assenza di un teatro comunale, in una città che l’anno prossimo è Capitale della cultura in Italia”, aggiunge Fernando, che lavora come operatore sociale d’accoglienza a Bologna. È lì dagli anni dell’università, dopo un breve periodo a Teramo. Sulla scelta di studiare fuori “il terremoto ha inciso”, precisa.
Alla vigilia del 6 aprile, proprio da Casematte arriva un bilancio di questi sedici anni. “Sedici anni dopo il sisma del 2009, lo stato dell’arte ci parla di poca prevenzione, oltre 3,5mila studenti e studentesse ancora nei container, grandi opere dannose come il gasdotto Snam e il concetto di sicurezza confuso con quello di repressione”. In un lungo comunicato, le attiviste e gli attivisti fanno il punto della situazione, parlando delle criticità della sanità in regione e di mancata ricostruzione delle scuole, nonostante la sicurezza nei luoghi del sapere sia stato il tormentone bipartisan delle tornate elettorali, in particolare dell’attuale sindaco Pierluigi Biondi durante la sua campagna per le amministrative del 2017. Eppure, “Sono state consegnate solo tre nuove scuole e molti edifici esistenti non sono stati ancora adeguati sismicamente. Alcune scuole riaperte dopo il sisma risultano ancora oggi con indici di vulnerabilità sismica preoccupanti”, sottolineano da Casematte e FuoriGenere. L’attenzione è stata portata anche a grandi opere come quella della Snam, il “gigantesco gasdotto che attraverserà cinque faglie sismiche al fine di riempire la dorsale appenninica del gas della partner ENI”, il cui passaggio devasterà i territori. Nell’area di Case Pente (Sulmona) i lavori di costruzione della centrale di compressione del gas vanno avanti. Nel testo del comunicato, distribuito in città tramite volantinaggio, si parla anche di Campi Flegrei, perché è lì che ora la terra trema. In alcune zone dell’Aquila sono stati appesi striscioni di solidarietà verso la popolazione dell’area a ovest di Napoli: “Non esiste la catastrofe, investiamo in prevenzione”.
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