Red
Il Dl Sicurezza si arricchisce di una norma che sembra uscita da un manuale di cinismo politico, trasformando la funzione nobile della difesa legale in un’attività di intermediazione commerciale volta all’espulsione. L’emendamento approvato al Senato dalla maggioranza di centrodestra introduce una dinamica che definire inquietante è riduttivo: un compenso di 615 euro destinato agli avvocati che riescano a convincere i propri assistiti migranti a optare per il rimpatrio volontario. Si tratta di una vera e propria “premialità” legata all’esito della partenza dello straniero, un incentivo economico che sposta il baricentro della professione forense dalla tutela dei diritti alla riscossione di una sorta di provvigione sulla “remigrazione“. Questa misura non rappresenta soltanto l’ennesimo tassello di una propaganda securitaria sempre più aggressiva, ma solleva interrogativi devastanti sulla tenuta dei principi costituzionali e sulla stessa etica del diritto nel nostro Paese.
L’essenza stessa del ruolo dell’avvocato risiede nell’essere la “sentinella” dei diritti individuali, il baluardo che garantisce al cittadino — e ancor più allo straniero in condizione di vulnerabilità — un accesso equo alla giustizia. Prevedere un bonus economico subordinato alla rinuncia del migrante a restare sul territorio italiano crea un conflitto di interessi insanabile e strutturale. Il rischio, denunciato con forza dalle opposizioni e dalle associazioni della magistratura come Area, è quello di scivolare verso il “patrocinio infedele”. Come può un legale garantire un’assistenza imparziale e finalizzata al miglior interesse del cliente se lo Stato lo tenta con una somma di denaro erogata solo in caso di fallimento della permanenza del migrante? Questa norma altera irrimediabilmente la serenità dell’analisi della richiesta di asilo, trasformando il colloquio tra legale e assistito in una trattativa economica dove il diritto viene svenduto per 600 euro.
Sotto il profilo strettamente giuridico, la norma appare come un corpo estraneo rispetto ai dettami della nostra Carta. Il principio del “giusto processo” e il diritto alla difesa, sanciti dall’Articolo 24 della Costituzione, presuppongono che il difensore agisca in piena libertà e nell’esclusivo interesse della parte assistita. Introducendo una sorta di “taglia“, termine non a caso utilizzato dal segretario di +Europa Riccardo Magi per richiamare atmosfere da selvaggio West, il governo mina alla base l’uguaglianza dei cittadini (e degli stranieri) davanti alla legge. È una violazione palese dello Stato di diritto che trasforma la giustizia in uno strumento di politica migratoria restrittiva, arrivando paradossalmente a punire il patrocinio a spese dello Stato per chi ricorre contro l’espulsione, mentre si premia generosamente chi “facilita” la partenza.
Il quadro si fa ancora più grottesco se si osserva il coinvolgimento, mai concordato, del Consiglio Nazionale Forense. La norma prevede che sia proprio l’organo di rappresentanza degli avvocati a gestire i fondi e stipulare accordi per l’erogazione di questi compensi. La reazione del CNF è stata una smentita tanto secca quanto imbarazzante per l’esecutivo: l’organismo ha dichiarato di non essere mai stato informato, né consultato, disconoscendo una competenza che esula totalmente dai propri compiti istituzionali. Questo tentativo della destra di arruolare d’ufficio l’avvocatura per scopi di propaganda governativa dimostra una totale mancanza di rispetto per l’autonomia delle istituzioni forensi e per la dignità dei professionisti.
In definitiva, questa “ricetta” per aumentare i rimpatri volontari non sembra avere l’obiettivo di gestire i flussi migratori con efficienza, quanto piuttosto quello di alimentare un clima di costante emergenza e repressione. Stanziando quasi mezzo milione di euro per i prossimi anni dai Fondi di riserva, il governo sceglie di investire non nell’integrazione o nella velocità delle procedure di asilo, ma nella monetizzazione della sconfitta dei diritti. È un segnale culturale pericolosissimo: l’idea che ogni funzione pubblica o professionale possa essere piegata a logiche di mercato per soddisfare obiettivi elettorali.
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