Domenica 15 marzo alle ore 17.30 il Centro Polifunzionale A.C.A. di Preturo, all’Aquila, ospiterà la lettura scenica di La Via Crucis, libro della poetessa Anna Maria Rita Tinari, pubblicato da Daimon Edizioni. L’iniziativa, patrocinata dal Comune dell’Aquila e dal CSA di Preturo, propone un momento culturale e spirituale che unisce poesia, riflessione e teatro.
La performance vedrà la partecipazione di Federico Del Monaco, Sabrina Giangrande, Alessandra Prospero e della stessa autrice, che accompagnerà il pubblico in un percorso intenso tra le stazioni della Via Crucis, rilette in forma poetica e meditativa.
Attraverso la forza della parola e della lettura scenica, l’opera invita a soffermarsi sul significato della sofferenza, dell’amore e del perdono, offrendo uno sguardo che dalla croce si apre anche alla speranza della Resurrezione. L’ingresso è libero.
AbruzzoSera ha intervistato la poetessa Anna Maria Rita Tinari.
A un anno dall’uscita del libro nasce dunque questa lettura scenica. Come è maturata questa decisione e come prende forma il progetto?
«In realtà – spiega la poetessa – il punto di partenza non è stato il progetto della lettura scenica, ma quello della scrittura della Via Crucis. L’idea risale a una Via Crucis diversa, che scrissi insieme alle ragazze della Casa Famiglia delle Suore Salesiane all’Aquila, in viale Don Bosco. In quell’occasione la recitammo durante un venerdì di Quaresima nella chiesa dei Salesiani.
Da quella prima esperienza, più semplice, è nato il desiderio di scrivere una Via Crucis più strutturata, impostata anche in forma poetica. Ogni stazione, infatti, è composta da un’ottava in rima baciata, seguita da una riflessione e da una preghiera spontanea, entrambe pensate e scritte da me.
Nel testo è presente anche una visione in parte laica della Via Crucis, ma ogni stazione contiene comunque il brano del Vangelo che si riferisce all’episodio narrato.
L’idea di portarla in forma scenica è nata quasi naturalmente: la Via Crucis, per sua natura, possiede già una dimensione drammatica e il dramma trova nel teatro una delle sue espressioni più forti. Metterla in scena sarebbe complesso, ma leggerla in forma scenica permette comunque di trasmetterne la forza.
In questo modo forse diventa meno un atto puramente devozionale e più un’esperienza scenica che può arrivare direttamente al cuore di chi ascolta o legge.»
In questi tempi quanto è importante fermarsi a leggere e riflettere sulla Via Crucis?
«Riflettere sulla Via Crucis ci porta inevitabilmente a pensare a un amore immenso. Cristo viene condannato a portare la croce e, insieme alla propria sofferenza, incontra anche il dolore della madre.
Oggi, tra le categorie più fragili della nostra società, credo ci siano proprio le madri. La madre è una figura forte, ma spesso è costretta a vivere il sacrificio di un figlio. Può essere la guerra, un incidente, un atto di violenza o di cattiveria: molto spesso le mamme sono costrette ad affrontare situazioni dolorose che colpiscono i loro figli.
Inoltre tendiamo a vedere la Via Crucis solo come un percorso di pena e di dolore. Raramente ci soffermiamo sulla quindicesima stazione, e talvolta non viene nemmeno letta: quella della Resurrezione.
Eppure è proprio lì che si manifesta tutta la forza della speranza. La croce, che appare come un peso, diventa invece un pulpito, una cattedra da cui ci viene data una grande lezione non solo di amore, ma anche di perdono.
Ed è proprio il perdono che oggi, in tempi segnati da guerre e conflitti, dovrebbe essere più che mai ricordato e praticato.»
Nel tuo libro e nella lettura scenica la Resurrezione occupa uno spazio importante. Dopo le stazioni della Via Crucis, infatti, seguono alcune poesie che richiamano proprio questo tema e anche la figura materna. È quindi un invito a guardare oltre?
«Sì, sicuramente. Questo “oltre” richiama anche il titolo del mio primo libro di poesie: Istantanee: Caporciano, Bominaco e Oltre… In quel titolo la parola “oltre” ha diversi significati. Può indicare il mio paese natale, la mia città, ma può anche rimandare all’aldilà, all’infinito e all’immenso.
Anche la dedica del libro richiama questa dimensione: è rivolta a chi ormai si trova “oltre”. In particolare ho dedicato questi miei libri a mio marito, scomparso tre anni fa. Con lui ho condiviso le cose più profonde della vita: non solo i figli, che sono una gioia naturale per una famiglia, ma anche l’amore per la terra e per la natura, i sentimenti più autentici e la spinta ad operare per gli altri, anche attraverso il volontariato e l’attenzione verso il prossimo.»
La lettura scenica si terrà a Preturo, un luogo che ha ospitato molti dei tuoi eventi culturali. Che tipo di realtà è Preturo dal punto di vista dell’accoglienza culturale?
«Ho iniziato a lavorare e ad operare nel Centro Polifunzionale molti anni fa, quando il centro muoveva i primi passi e ospitava soprattutto attività ricreative più che culturali. Ricordo ancora la prima conferenza organizzata lì, dedicata ad Amiternum, alla quale parteciparono anche professori dell’Università di Perugia. Era un tema molto vicino alla nostra realtà territoriale.
Oggi il centro è diventato uno spazio aperto a tante attività. Il giovedì, ad esempio, si riuniscono molte donne volontarie che realizzano lavori manuali destinati poi a un mercatino di beneficenza. All’interno del centro c’è anche una biblioteca, si svolgono attività di educazione fisica e ci sono gruppi dedicati anche all’apprendimento dell’uso del telefono per le persone adulte.
Probabilmente dimentico qualche iniziativa, perché le attività sono davvero numerose. È un luogo molto vivo e dinamico.
Mi piacciono molto questi spazi capaci di trasformarsi: la domenica mattina il centro diventa la chiesa del paese, in attesa che quella vera venga ricostruita; nel pomeriggio, invece, si trasforma in una sala per incontri culturali, conferenze, dibattiti e momenti di confronto anche su temi di attualità. È davvero un centro molto attivo.»

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