di Federico Del Monaco
Il Brasile di Ancelotti esce sconfitto dalla Norvegia di Haaland: tra vichinghi, talento, tattica moderna e miti del calcio, una riflessione su una partita che ribalta la storia.
Alla fine i vichinghi sono tornati nel Nuovo Mondo. Non con le navi lunghe e gli scudi rotondi, ma con maglie rosse, gambe infinite e un centravanti costruito apposta per ricordare al Brasile che la storia, ogni tanto, si diverte parecchio. Del resto, i norreni in America ci erano già arrivati intorno all’anno Mille, molto prima che noi italiani ci accomodassimo nella narrazione ufficiale degli scopritori con Colombo nel taschino. Stavolta non hanno trovato coste fredde e terre sconosciute: hanno trovato il Brasile, e lo hanno rimandato a casa.
Ancelotti e la solita tentazione
Carlo Ancelotti si porta dietro una sconfitta pesante, ma non così semplice da spiegare con la formula del Brasile diventato troppo europeo, troppo ordinato, troppo poco danzante. Quando il Brasile perde abbiamo tutti voglia di convocare il samba, il pallone scalzo e quelle cartoline che spesso dicono più di noi che di loro. Però questa eliminazione passa anche da cose molto concrete: occasioni mancate, un rigore sbagliato, scelte individuali non sempre felici. Il modulo conta, certo, ma qui il Brasile non è uscito solo per colpa della lavagna.
Il Brasile vive nei piedi dei suoi campioni
Il Brasile, più di ogni altra nazionale, vive e muore nei piedi dei suoi grandi campioni. Quando vince, sembra che abbia vinto il talento puro; quando perde, pare che quel talento abbia tradito la propria missione. È ingiusto, ma è anche il prezzo di una mitologia enorme: Pelé, Garrincha, Romário, Ronaldo, Ronaldinho, Neymar. Ogni generazione brasiliana è stata letta come una costellazione di uomini chiamati a fare ciò che gli altri non possono nemmeno pensare.
Il solista stava dall’altra parte
L’ironia feroce è che l’uomo decisivo lo ha avuto la Norvegia. Il Brasile aspettava il colpo del genio, la giocata che apre il mare, il dribbling capace di trasformare un ottavo di finale in una favola verdeoro. Invece la prestazione che sposta il destino è arrivata dall’altra parte. Erling Haaland non ha danzato, non ha ricamato, non ha fatto inchini alla poesia: ha colpito. Due volte. Freddo, verticale, quasi anti-brasiliano nell’estetica, ma perfettamente calcistico nella sostanza.
Il talento ha meno spazio
C’è poi l’evoluzione tattica e fisica di questo sport meraviglioso e insopportabile. Quaranta o cinquant’anni fa, saltare un uomo poteva significare conquistare una prateria. Oggi, dopo il primo dribbling, arriva il raddoppio; dopo il raddoppio, la copertura; dopo la copertura, un centrocampista con i polmoni da maratoneta e la cattiveria di chi ha studiato video per tre notti. Il talento non è morto, ma ha meno spazio mitologico.
I barbari al banchetto
Così i vichinghi sono tornati, i barbari sono rientrati nella sala del banchetto, e il calcio delle grandi nazioni scopre che i confini allargati non portano solo comparse. Portano popoli, storie, scuole, contaminazioni, modi diversi di stare al mondo e quindi anche in campo. L’impero prepara la tavola, poi si accorge che qualcuno seduto più in là sa usare benissimo coltello, forchetta e pressing alto.
La palla è tonda
Possiamo trovare in Brasile-Norvegia tutti i significati poetici e altisonanti che vogliamo: vichinghi, Nuovo Mondo, Ancelotti, Haaland, talento individuale, tattica moderna e popoli che tornano a prendersi una scena che sembrava riservata ad altri. Ed è giusto farlo, perché il calcio serve anche a trasformare una partita in una piccola mitologia collettiva. Però alla fine resta la verità più semplice, quella che sembra una frase da bar e invece contiene una biblioteca intera: la vita e lo sport si seguono non perché confermano sempre le nostre teorie, ma perché ogni tanto le piegano, le smentiscono e le fanno inciampare davanti a tutti.
Perché il Brasile può essere il Brasile, Ancelotti può essere Ancelotti, Haaland può sembrare un personaggio uscito da una saga nordica e noi possiamo costruirci sopra tutto il racconto che vogliamo. Ma alla fine la palla è tonda.
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