Mentre l’Italia, e in particolare le regioni del Mezzogiorno, si dibatte in una crisi sanitaria che sembra irreversibile, una piccola isola caraibica, da decenni sotto embargo e con risorse limitate, continua a sfornare medici d’eccellenza che operano in tutto il mondo. Il paradosso è diventato una realtà: dopo la Calabria, anche il Molise si affida ai professionisti di Cuba per colmare le drammatiche carenze di personale negli ospedali pubblici.
L’annuncio del presidente della Regione, Francesco Roberti, è l’ultima e più lampante prova di un sistema che, nel nostro Paese, ha fallito. Dal 2007 in piano di rientro e dal 2009 in regime commissariale, il Molise non è riuscito a rendersi attrattivo per i giovani medici italiani. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: reparti a rischio, liste d’attesa infinite e la difficoltà di garantire i Livelli Essenziali di Assistenza (LEA). Nonostante il ricorso a medici in pensione, a professionisti stranieri e persino l’ipotesi di arruolare medici militari, il sistema non regge. L’emergenza è strutturale e il Molise, come altre regioni, sta pagando il prezzo di una gestione che, come ha sottolineato più volte il governatore Roberti, “ha pensato alla casta e non al futuro”.
L’immagine di Cuba è spesso legata a un’economia in difficoltà, ma nel campo della salute il Paese ha costruito un modello che non ha eguali. Nonostante l’embargo statunitense imposto da oltre sessant’anni, il governo cubano ha investito massicciamente nella formazione medica. Le università mediche sono un’eccellenza e producono ogni anno migliaia di specialisti altamente qualificati. La sanità è considerata un diritto fondamentale e l’assistenza è universalmente garantita.
Ma la forza del modello cubano non si ferma ai suoi confini. Da decenni, l’isola invia “brigate mediche” in ogni angolo del globo, offrendo assistenza in Paesi colpiti da disastri naturali o con sistemi sanitari al collasso. Dalle zone colpite dal terremoto in Turchia alle aree più remote del Sud America e dell’Africa, i medici cubani sono un punto di riferimento per l’aiuto umanitario e la cooperazione internazionale. La loro formazione, incentrata sulla pratica e sulla capacità di adattarsi a condizioni difficili, li rende particolarmente efficaci in contesti di emergenza.
Il fatto che il Molise debba importare medici da Cuba è un segnale preoccupante. Non è solo un sintomo di una carenza di organico, ma è la prova di un fallimento sistemico. Il sistema sanitario nazionale italiano, un tempo un’eccellenza riconosciuta in tutto il mondo, sta affrontando una crisi senza precedenti. I motivi sono molteplici: anni di tagli, una burocrazia asfissiante e una mancanza di programmazione che non ha saputo anticipare il pensionamento di migliaia di medici e il conseguente bisogno di nuovi specialisti.
Mentre l’Italia arranca, il successo di Cuba risiede in un modello diverso. Lì, la sanità non è vista come una spesa, ma come un investimento sociale e politico. Formare medici non serve solo a garantire la salute interna, ma è un modo per proiettare il proprio “soft power” nel mondo. Non si tratta, ovviamente, di copiare in toto il modello cubano, ma di trarre ispirazione da un approccio che mette al centro il bene comune e la formazione di professionisti preparati a fronteggiare ogni tipo di sfida.
L’arrivo dei medici cubani in Molise è una toppa, un’azione d’emergenza che non risolve il problema alla radice. È un campanello d’allarme per il nostro sistema: o si interviene subito con riforme strutturali e investimenti mirati, o il rischio è che la sanità italiana diventi sempre più un lusso, accessibile a pochi e gestita da professionisti che arrivano da lontano.
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