Una riflessione controcorrente sulla transizione ecologica

Una riflessione controcorrente sulla transizione ecologica
07 Ago 2023

Da Alfonso De Amicis, attivista ambientalista, riceviamo e pubblichiamo il contributo che segue.

Una pericolosa semplificazione è rappresentata dalla presunta disputa tra fautori dell’ambiente sano e pulito in nome della transizione ecologica e la lobby degli inquinatori legati alle energie non rinnovabili. E molto pesano i certificati verdi richiesti dall’aziende e attorno alle quelli si muovono interessi finanziari e speculativi con titoli che scommettono sul prezzo dei metalli rari e hanno determinato in un anno il raddoppio dei prezzi. E con la impennata dei prezzi di alcuni metalli anche la riconversione diventa problematica, una situazione surreale che alimenta la spirale speculativa sull’interesse generale. E lo stesso discorso vale anche per i prodotti agricoli con gli speculatori ad acquistare i prodotti finanziari denominati derivati che scommettono sul costo dei cereali e in questo modo i costi dei prodotti agricoli dipendono dalla speculazione finanziaria e non dal rapporto tra domanda e offerta.

Molte Società e Nazioni stanno puntando da tempo sull’aumento dei prezzi dei combustibili fossili, dei beni agricole e delle materie prime, così facendo aumenta l’inflazione e numerosi paesi si troveranno alla canna del gas come le classi sociali meno abbienti delle nazioni a capitalismo avanzato. Non è in discussione la necessità di energia pulita e non inquinante, non è questione di negazionismo. Questo è uno sport a cui abbiamo assistito durante la pandemia e riproposto con maggior lena con la guerra tra NATO e Stati Uniti e Russia dall’altra parte. l’Ucraina è solo un campo neutro. Qui noi dobbiamo interrogarci sul variegato sistema di interessi attorno al green ed è diventato prioritario, per non cadere in equivoci ed inganni, cogliere la natura capitalistica della transizione.

La finanza sta puntando molte carte sulla transizione verde, i fautori dell’inquinamento degli ultimi anni hanno fiutato l’affare e non lo molleranno. Le banche prestano soldi a nazioni che vogliono sviluppare progetti ambientali, un mix tra prestiti e aiuti che alla fine condizionano le economie nazionali obbligando quei paesi, un domani a pagare lauti interessi. Se analizziamo le tasse ambientali in Italia si capisce che solo una minima parte deriva da imposte sugli inquinanti, tutto il resto è dato dalle accise sui carburanti e da imposte sull’autotrasporto. Le tasse ambientali dovrebbero essere indirizzate a progetti di riconversione ma finiscono invece in gran parte al pagamento del debito pubblico  E la emissione del debito verde diventa dirimente per finanziare parte dei progetti del PNRR, attorno a titoli verdi si muovono allora interessi che potrebbero anche essere in aperto contrasto con la transizione ecologica o utilizzarla per condannare al debito permanente paesi bisognosi di riconvertire le loro posizioni industriali, salvo poi strozzarli con alti tassi di interesse.

La Grecia è stata usata in altri modi per seguire questa strada. Il mercato finanziario delle obbligazioni verdi diventa predominante scatenando processi speculativi finalizzati ad utilizzare la leva ambientale per accrescere profitti azionari, insomma strategie ben diverse da quelle che dovrebbero arrivare dal settore pubblico per dare vita a progetti ecologici e di basso impatto ambientale e non destinate a processi speculativi finanziari. E tuttavia sappiamo che questo è uno dei tanti tentativi del capitalismo occidentale di porte fine al quel processo di non valorizzazione del capitale della caduta tendenziale del saggio di profitto attraverso i processi finanziari. Ma così facendo si scaricano i processi d’impoverimento sul certo medio e su chi è già in miseria. Marx ha chiamato tutto ciò plus valore assoluto. Ed hai voglia a parlare di Cina, dove a cominciare dalla crisi del 2008 ha rivolto i suoi sforzi nella reflazione salariale, cioè plus valore relativo attraverso la mano dello stato. La crisi è qui in Occidente. Una crisi dal sapore ottocentesco.


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