“Quel pugno che sale”: la storia clandestina del Pci aquilano nel volume di Riccardo Lolli

“Quel pugno che sale”: la storia clandestina del Pci aquilano nel volume di Riccardo Lolli
28 Giu 2026

Capire il Novecento in Abruzzo significa graffiare la superficie di una narrazione troppo spesso schiacciata sul cliché del mondo rurale o della rassegnazione. C’è una storia sotterranea che pulsa di passioni ideologiche e conflitti taciuti, ed è quella che Riccardo Lolli porta alla luce nel suo nuovo saggio: “Quel pugno che sale. Il partito comunista nella provincia aquilana 1921-1939”, edito da Textus Edizioni.

Lolli compie un’operazione culturale necessaria: sottrarre all’oblio una militanza silenziosa, fiorita in un territorio apparentemente ai margini dei grandi flussi del dibattito europeo.

Il volume stringe l’obiettivo sul ventennio cruciale che separa la scissione del Congresso di Livorno dalle soglie del secondo conflitto mondiale. Con un rigore storiografico che non concede nulla alla retorica, la tesi di Lolli dimostra come una provincia priva di grandi masse operaie abbia saputo, a modo suo, metabolizzare e far circolare le idee del comunismo gramsciano e della Terza Internazionale. Colpisce la solidità dell’impianto documentario frutto di un certosino lavoro tra archivi di Stato, carte dei Tribunali, documentazione del Casellario Politico Centrale oltre che centinaia di atti amministrativi, articoli di stampa socialista e comunista e testimonianze orali. La tesi che caratterizza il volume si può riassumere in un’idea chiara: la storia del comunismo nella provincia aquilana tra le due guerre è la storia di una resistenza munita, disseminata, intermittente ma forte e tenace.

Una storia, come scrive lo stesso Lolli, fatta da “isole” che faticano a collegarsi tra loro. Quel pugno che sale diventa così anche una riflessione implicita sul significato della periferia. Colpisce dalla lettura di questo libro come il movimento comunista aquilano in quegli anni non era una semplice copia di quello proposto dagli organismi centrali, ma si configurava piuttosto come un laboratorio politico e sociale a sé, segnato da dinamiche proprie, tensioni originali ed equilibri instabili tra centro e periferia, tra direttive nazionali e iniziativa locale.

L’adesione al PCdI, nelle storie ricostruite dall’autore, era una scelta politica, una presa di coscienza totale e come è facile immaginare un’esperienza identitaria totalizzante, spesso fondata più su intuizione e coraggio che su una cultura politica strutturata.

Lontano da ogni intento celebrativo, questo saggio, invita a misurarsi con la complessità di un’esperienza politica che fu anche umana e collettiva. Un’esperienza fatta di idealità forti ma anche di contraddizioni, di errori e di tenacia, di utopie e concretezza. Il volume si inserisce nella collana di Texsus La memoria


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