L’ennesimo tonfo è stato doloroso, ma era tristemente annunciato. L’ennesima esclusione dai Mondiali del 2026 e le successive dimissioni di Gennaro Gattuso hanno scoperchiato in modo definitivo il vaso di Pandora del nostro movimento calcistico. In questo clima di smarrimento collettivo, la rincorsa ai grandi nomi internazionali a suon di milioni di euro, vagliando profili da Pep Guardiola ad Andrea Pirlo, rischia di rivelarsi l’ennesimo sterile specchietto per le allodole. Al calcio italiano non serve un semplice gestore di fuoriclasse che attualmente scarseggiano, serve piuttosto un vigoroso costruttore di uomini. Serve, in poche parole, la visione di Silvio Baldini.
Noi in Abruzzo conosciamo molto bene il valore di quest’uomo, ben prima che del professionista. La straordinaria promozione in Serie B ottenuta alla guida del Pescara nella stagione 2024-2025 è l’emblema puro di un metodo di lavoro che rifugge i budget faraonici per abbracciare l’impegno quotidiano e la reale valorizzazione del talento sportivo. Baldini ha dimostrato chiaramente che ridare un’anima a una piazza esigente e creare un profondo senso di appartenenza può azzerare le evidenti distanze tecniche e finanziarie. Questo è esattamente lo stesso spirito identitario di cui ha disperatamente bisogno il tricolore in questo delicato momento storico.
Le recenti amichevoli internazionali contro Lussemburgo e Grecia, vinte dal tecnico schierando con estremo coraggio l’ossatura giovanile dell’Under 21, rappresentano un segnale inequivocabile per tutta la nazione. Non si è trattato di semplici vittorie statistiche, ma della prova tangibile che i giovani talentuosi in Italia esistono, a patto di avere la sfrontatezza di buttarli nella mischia e, soprattutto, di saperli aspettare senza farsi divorare dall’ossessione del risultato a tutti i costi. Il tecnico ha tracciato una via programmatica lucidissima, ricordandoci che occorre ricostruire partendo dalle fondamenta, investendo pesantemente sulle infrastrutture dei settori giovanili, garantendo tutele contrattuali adeguate agli istruttori e creando finalmente un ponte strutturale tra il mondo dell’istruzione e quello dello sport.
La vera rivoluzione che porta in dote l’allenatore è anzitutto culturale e metodologica. La sua incrollabile visione tattica esige un calcio verticale, aggressivo, dove si martella su un principio assoluto e non negoziabile: il primo vero difensore deve essere sempre l’attaccante. Eppure, l’aspetto più dirompente della sua gestione rimane il lato umano. L’intero suo approccio si basa sulla capacità di guardare i giocatori con gli “occhi del cuore“, anteponendo la strenua ricerca di ragazzi genuinamente motivati e innamorati della maglia azzurra a qualsiasi fredda valutazione tecnica. Questa specifica prospettiva, che valorizza l’importanza del percorso di crescita ponendola sopra la dittatura del risultato immediato, rappresenta ad oggi l’unica cura definitiva per un sistema sportivo malato.
Sostenere a gran voce che Silvio Baldini debba abbandonare rapidamente l’etichetta di CT ad interim per assumere il controllo totale della Nazionale maggiore, significa compiere una netta scelta di rottura. Significa certificare il fallimento del vecchio establishment e ammettere con onestà che per risorgere non servono i milioni, ma il coraggio di osare e di dire sempre la nuda verità.
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