Ritratti d’autore. L’incompiutezza: Franz Kafka

Ritratti d’autore. L’incompiutezza: Franz Kafka
15 Dic 2023
di Alessandra Prospero
Il 3 luglio del 1883 Franz Kafka viene al mondo. Il mondo in questione (soprattutto quello dell’epoca) lo ritiene introverso, influenzando probabilmente anche critici che dovranno ancora nascere, e ravvisa, nelle espressioni serie delle immagini che di lui possediamo, una sorta di paura o rigetto di ciò che è fuori da sé. Eppure, lo scrittore non è affatto disinteressato o spaventato da ciò che è fuori e altro da sé, anzi: egli si “misura” in relazione alle figure genitoriali, scoprendo di essere molto affine alle caratteristiche della famiglia materna e molto distante da quelle del ramo paterno.
Il padre, parametro imprescindibile e lontanissimo da raggiungere ma anche solo da emulare per il giovane Franz, è uomo vigoroso e concreto ma insensibile e rude. Un arricchito, un parvenu autoritario che ha avuto però la tempra di affrancarsi da condizioni più umili ed è riuscito a mantenere in condizioni di agio la famiglia. Hermann Kafka è una presenza ingombrante, un modello inarrivabile, ma soprattutto l’incarnata distanza insormontabile che il giovane Franz metterà tra sé stesso e la figura paterna, per cominciare, e la compiutezza della sua vita e delle sue opere, per finire.
Nella celebre Lettera al padre egli scrive: “Assecondavo gli abiti brutti anche col mio portamento, camminavo con la schiena curva, le spalle sbilenche, braccia e mani impacciate: avevo paura degli specchi perché mi mostravano in una bruttezza, secondo me, inevitabile”.
L’incompiutezza inizia a rivelarsi in maniera decisa nella scelta degli studi universitari, nel momento in cui lo scrittore vira dalla facoltà di chimica a quella di giurisprudenza, ufficialmente per la maggior possibilità di uno sbocco lavorativo ma ufficiosamente perché tale scelta avrebbe incontrato anche una certa approvazione da parte del padre. All’università Franz Kafka trova ossigeno e fermento e conosce una delle figure più importanti della sua vita, Max Brod, l’amico fidato che pubblicherà postume le opere dello scrittore, disattendendo alle disposizioni testamentarie dell’amico, secondo le quali avrebbe dovuto distruggere tutti gli scritti da lui lasciati, regalandogli di fatto l’immortalità e un ruolo di rilievo nella “Weltliteratur”. Brod in questo modo sana anche quella che sarebbe stata l’incompiutezza editoriale.
Arriva la diagnosi di tubercolosi:
“… penso solamente alla spiegazione del male che escogitai allora per il caso mio, e che si conviene a molti casi. Ecco, il cervello non riusciva a tollerare più le preoccupazioni e i dolori che gli erano imposti. Diceva: «Non ne posso più, ma se c’è ancora qualcuno cui importi di conservare il totale, mi tolga un po’ del mio peso e si potrà campare ancora un tantino». Allora si fecero avanti i polmoni che, tanto, non avevano molto da perdere. Queste trattative tra il cervello e i polmoni, che si svolgevano a mia insaputa, devono essere state spaventevoli”. Questo scrive Kafka a Milena Jesenskà Pollak nelle celebri Lettere a Milena per spiegare la sua condizione e il suo status quasi risolutivo di “malato”.
L’incompiutezza agisce qui su più fronti: la malattia è un lasciapassare per poter recidere il vincolo impiegatizio presso l’Istituto assicurativo contro gli infortuni per potersi finalmente dedicare in maniera totalizzante all’attività dello scrivere. Kafka viene infatti mandato in pensione per motivi di salute nel 1918. Inoltre, vive la sua condizione come la naturale maturazione della sua inadeguatezza, anche a mantenere eventualmente una famiglia sua. Non ha né la tempra né la fibra di Hermann, dice a se stesso.
Le relazioni sentimentali che l’autore ha sono tutte sintomatiche di un autosabotaggio evidente: Kafka sceglie compagne poco attraenti per sua stessa ammissione (Felice, anche a lei dedicherà delle Lettere) o poco colte (Julie) e con le quali non convola mai a nozze, nonostante le promesse di matrimonio e spende il suo pathos nella passione e nel carteggio con Milena, già sposata, quasi che il già contratto vincolo con un altro uomo funga da alibi più che evidente. Trova pace e pienezza solo nell’accudimento di Dora che gli sarà accanto fino alla fine ma anche questa relazione conoscerà un fato avverso nell’ostracismo del padre di lei.
Si spegne a quasi 41 anni presso il sanatorio di Kierling, presso Vienna. Dora si oppone al consiglio dei medici di riportarlo a Praga poiché è giusto che muoia sereno, lontano dalla presenza paterna che dispenserebbe solo tirannia e recriminazione. Oltre alle ben note opere che di lui ci restano, il suo lascito epistolare è emblematico. La Lettera costituisce anch’essa una dimensione di incompiutezza: l’interlocutore è assente e non ci è dato di sapere quale sia la sua posizione. Anche nel carteggio, si cristallizza il momento e non lo sviluppo; ebbene, Kafka è in quel momento. Se azzardassimo un parallelo con la poesia potremmo dire che Kafka è sempre, in ogni sua espressione artistica, nell’ haiku moment del qui ed ora. Meraviglioso letterariamente, biograficamente incompiuto.
Tutte le cose e tutto nel mondo è incompiuto, per l’uomo, e nel frattempo il significato di tutte le cose del mondo è racchiuso nell’uomo stesso.
Fëdor Michajlovič Dostoevskij

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