di Alessandra Prospero
La sentenza pronunciata ieri dalla Corte d’Appello di Perugia nel processo d’appello bis per la tragedia dell’Hotel Rigopiano riporta al centro del dibattito pubblico una delle ferite più profonde degli ultimi anni. Il 18 gennaio 2017 una valanga travolse l’albergo situato nel territorio di Farindola, in Abruzzo, causando la morte di ventinove persone, undici delle quali erano ospiti e dipendenti tratti in salvo dai soccorritori nelle ore successive. Una tragedia che non fu soltanto un evento naturale, ma che sin dall’inizio sollevò interrogativi stringenti sulla prevenzione, sulle responsabilità istituzionali e sulla gestione del rischio.
Il nuovo verdetto – con tre condanne per disastro colposo nei confronti di Carlo Visca, Pierluigi Caputi e Vincenzo Antenucci, ex dirigenti della Regione Abruzzo, oltre a cinque assoluzioni e due prescrizioni – non rappresenta soltanto un passaggio tecnico-giuridico. Tra gli assolti figurano l’ex sindaco di Farindola Ilario Lacchetta e altri tre funzionari regionali (Carlo Giovani, Sabatino Belmaggio ed Emidio Primavera), mentre la posizione di altri imputati è stata dichiarata prescritta. È l’ennesima tappa di un percorso giudiziario lungo, complesso e doloroso, che ha visto alternarsi decisioni, ribaltamenti e nuove valutazioni.
Dal punto di vista strettamente processuale, la Corte ha ritenuto che vi siano profili di responsabilità in relazione alla gestione del rischio e alla pianificazione, riconoscendo che alcune condotte omissive abbiano avuto un peso nel determinarsi dell’evento. Al tempo stesso, le assoluzioni e la prescrizione di altre posizioni indicano che non tutte le contestazioni hanno retto al vaglio probatorio richiesto in sede penale, e che molte delle accuse sollevate dalle parti civili non hanno portato a una condanna.
Le reazioni alla lettura del verdetto sono state forti e intense. I familiari delle vittime – presenti in aula, così come avvenuto in altri momenti dei vari gradi di giudizio – hanno espresso profonda delusione e rabbia, rimarcando che per molti la sentenza non restituisce giustizia per le vite perdute. Alcuni hanno sottolineato quanto sia stato difficile assistere a una sentenza con numerose assoluzioni e prescrizioni, auspicando invece una maggiore responsabilizzazione delle istituzioni e dei dirigenti pubblici.
È proprio in questa tensione tra condanna e assoluzione che si colloca il nodo più delicato: il rapporto tra giustizia e verità. La giustizia penale richiede prove certe, nessi causali dimostrabili oltre ogni ragionevole dubbio. Ma la verità sociale, quella percepita dalle comunità e soprattutto dai familiari delle vittime, spesso si muove su un piano più ampio, che comprende il senso di responsabilità morale e politica. Le reazioni in aula – tra commozione, delusione e amarezza – dimostrano quanto la dimensione umana continui a pesare più di quella strettamente giuridica.
La tragedia di Rigopiano, infatti, non può essere ridotta a un episodio isolato. Essa interroga il nostro modello di gestione del territorio montano, la cultura della prevenzione, la capacità delle istituzioni di coordinarsi in situazioni di emergenza. Il cambiamento climatico e l’aumento degli eventi estremi rendono ancora più urgente una riflessione strutturale. Non si tratta soltanto di attribuire colpe individuali, ma di comprendere se il sistema nel suo complesso sia in grado di prevenire, monitorare e intervenire tempestivamente.
Ogni sentenza chiude un capitolo processuale, ma non chiude il bisogno collettivo di sicurezza e responsabilità. Le motivazioni che verranno depositate saranno decisive per comprendere fino in fondo le ragioni giuridiche del verdetto. Tuttavia, al di là degli esiti penali, resta la lezione civile di Rigopiano: la necessità di una pubblica amministrazione capace di prevenire i rischi, di ascoltare gli allarmi, di agire con tempestività e trasparenza.
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