di Giulia Guaglione
C’è chi alza la mano e racconta la propria storia. E chi resta in silenzio, ma ascolta. A Didacta Italia – Edizione Abruzzo a Lanciano, Luca Abete ha incontrato studenti che vivono difficoltà lontano dai riflettori e ha consegnato loro un premio per il percorso affrontato. «Il loro impegno e le loro storie non erano invisibili. Loro non lo sono mai stati».
Non è una gara e non conta il voto. I ragazzi non si candidano: sono le università a segnalare chi, nel proprio percorso, ha attraversato un momento difficile senza smettere di impegnarsi. Il premio, dice Abete, è «la celebrazione dello stupore» di chi pensava di combattere in silenzio e scopre che qualcuno ha visto la sua storia.
Un posto per dire «come stai»
È lo stesso spazio che Abete prova a creare con #Noncifermanessuno, la campagna sociale che dal 2014 lo porta nelle scuole e nelle università. Si parte da una domanda semplice — «Dimmi davvero come stai» — e da un patto: qui non serve fingere di essere perfetti. «Si parla di imperfezioni senza che vengano etichettate come difetti», spiega.
Poi ognuno partecipa a modo suo. C’è chi prende la parola davanti a tutti, chi preferisce ascoltare e scrive il giorno dopo, chi aspetta la fine dell’incontro per ringraziare o dare un abbraccio. Anche il silenzio, racconta Abete, può essere un modo per entrare nel dialogo. E ascoltare le storie degli altri può aiutare a capire «di non essere soli».

A volte, dopo gli incontri, alcuni ragazzi gli dicono di aver parlato con lui più che con i propri genitori. Abete lo definisce «inquietante» e «preoccupante»: un segnale di quanto sia necessario riaprire il dialogo tra generazioni. I ragazzi, dice, dovrebbero cercare di più gli adulti; gli adulti, a loro volta, dovrebbero farsi trovare.
Ascoltare non significa togliere ai giovani ogni responsabilità. Abete descrive il suo approccio come «di ascolto, di comprensione ma mai di tutela delle loro fragilità». Le difficoltà vanno affrontate e anche conviverci può essere dignitoso, se non diventa una ragione per smettere di crescere.
Dalle storie in aula alle voci in piazza
L’appello all’ascolto accompagna anche la riflessione di Abete sulle manifestazioni giovanili. La sua critica parte dal silenzio degli adulti, che vede «molto rassegnati» e «disimpegnati dalla cosa pubblica».
Sulle ragioni delle proteste non dà un verdetto: «Hanno ragione, non hanno ragione, non spetta a me deciderlo». Chiede però di non confondere le manifestazioni con gli episodi di violenza: «Le scene di violenza che abbiamo visto non c’entrano nulla con la protesta vera». E invita adulti, politica e istituzioni a fare la propria parte: «Ascoltare i ragazzi, creare un fronte d’ascolto».
Perché, dice, «non è facile oggi essere giovani o credere nel futuro». Il punto, per Abete, va oltre le appartenenze politiche: prima di stabilire se i ragazzi abbiano ragione o torto, occorre ascoltare ciò che hanno da dire. «L’ascolto è una delle ricchezze, se non la principale, che molti ragazzi portano avanti».
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