Quarantasei di silenzio, omissioni e morti sospette: la ferita aperta della tragedia del DC-9 Itavia.
Red
La sera del 27 giugno 1980, il cielo sopra il Mar Tirreno, tra le isole di Ponza e Ustica, inghiottì in un silenzio assordante 81 vite umane. Il volo Itavia IH870, un Douglas DC-9 partito dall’aeroporto Marconi di Bologna e diretto a Punta Raisi di Palermo, scomparve improvvisamente dai radar alle 20:59. A bordo viaggiavano 77 passeggeri e 4 membri dell’equipaggio: nessuno sopravvisse. Quella che passerà alla storia come la “strage di Ustica” è diventata una delle ferite più profonde e laceranti nella storia repubblicana italiana, un groviglio inestricabile di misteri, verità negate e sospetti che dura da oltre quarant’anni.
Nelle ore e nei giorni successivi alla sparizione, le prime confuse e frammentarie ricerche portarono al ritrovamento di detriti galleggianti e, dolorosamente, dei primi corpi. Fin da subito, la versione ufficiale fornita dall’Aeronautica Militare italiana tendeva verso l’ipotesi dell’incidente, un tragico cedimento strutturale dell’anziano aeromobile. Tuttavia, questa spiegazione non convinse né i familiari delle vittime, straziati dal dolore e dalla richiesta di risposte, né una parte significativa dell’opinione pubblica e dei media, né tantomeno la commissione d’inchiesta appositamente istituita per fare luce sulla tragedia. Emerse prepotentemente l’evidenza che il DC-9 fosse esploso in volo, e le teorie sulla causa si polarizzarono rapidamente: una bomba piazzata a bordo, forse nel bagno, come sostenuto da alcuni ambienti militari, o un missile, lanciato per errore o intenzionalmente, secondo moltissimi altri pareri esperti e le conclusioni di alcune perizie.
Questa divergenza fondamentale diede il via a una lunga e tortuosa vicenda giudiziaria e investigativa, durata decenni e segnata da processi conclusi sul piano penale con un nulla di fatto a causa di prescrizioni e assoluzioni per insufficienza di prove, lasciando l’amaro in bocca a chi cercava colpevoli. Eppure, in sede civile, la Corte di Cassazione, con una storica sentenza del 2013, ha sancito un punto fermo: ha condannato lo Stato italiano a risarcire i parenti delle vittime, acclarando non solo che il DC-9 fu abbattuto, ma anche, e in modo inquietante, che vi furono da parte dell’Aeronautica Militare italiana chiari e sistematici tentativi di depistaggio, finalizzati a ostacolare l’accertamento della verità.
Ed è proprio nell’alveo dell’Aeronautica Militare che si annida uno degli aspetti più oscuri e inquietanti legati alla strage di Ustica. Una scia di sangue parallela ha accompagnato le indagini: diversi militari, in servizio la notte della tragedia o in qualche modo legati alle informazioni sensibili sul caso, sono morti in circostanze misteriose o tragiche tra il 1980 e il 1995. Si contano almeno dodici decessi, alcuni dei quali appaiono particolarmente sospetti proprio per il tempismo e le modalità, alimentando lo scenario di un’eliminazione sistematica di testimoni scomodi.
Un esempio eclatante è quello del generale Roberto Boemio, ucciso il 12 gennaio 1993 a Bruxelles. La versione ufficiale parlò di una rapina finita in tragedia, ma emerse il dettaglio inquietante che dalla scena del crimine non venne rubato nulla di valore. Il generale avrebbe dovuto testimoniare davanti ai magistrati italiani poche settimane dopo il suo assassinio. Altrettanto tragico e denso di interrogativi è il caso dei colonnelli Mario Naldini e Ivo Nutarelli, morti nel disastro aereo di Ramstein nel 1988 durante un’esibizione delle Frecce Tricolori. La sera del 27 giugno 1980, entrambi i piloti erano in volo con i loro caccia F-104 nei pressi della rotta del DC-9 e, come emerso dalle registrazioni radar, inviarono un segnale di “emergenza generale”. La loro testimonianza sarebbe stata cruciale per ricostruire cosa accadde realmente nei cieli italiani quella notte.
Particolarmente pesanti sono poi i casi di presunto suicidio. Il maresciallo Alberto Dettori fu trovato impiccato a Grosseto il 31 marzo 1987. La relazione della polizia scientifica descrisse una “posizione innaturale” del corpo. Le indagini rivelarono che Dettori, che la sera della strage era in servizio presso il radar di Poggio Ballone, si sentiva da tempo spiato e andava cercando ossessivamente microspie e trasmittenti nella sua abitazione. Un secondo tragico episodio riguarda il maresciallo Franco Parisi, anch’egli ritrovato impiccato il 21 dicembre 1995. Il suicidio avvenne pochi giorni prima della sua prevista deposizione davanti alle autorità giudiziarie, in merito al misterioso ritrovamento di un caccia Mig libico sulla Sila, un evento temporalmente e geograficamente sospetto e strettamente correlato alle vicende di Ustica.
Oggi, a quarantasei anni di distanza, nonostante i tentativi di insabbiamento, le sparizioni di documenti e audio chiave, e la catena di morti misteriose, lo scenario più accreditato, pur senza una verità giudiziaria penale definitiva, è quello di un atto di guerra aerea non dichiarato in tempo di pace. Si ritiene che la scia del DC-9 Itavia quella sera sia stata seguita da un aereo militare straniero, forse libico, che cercava di sfruttare l’ombra radar del velivolo civile per sfuggire ai controlli. Due caccia, probabilmente francesi o americani, si sarebbero messi al suo inseguimento. Nel corso di una battaglia aerea non autorizzata, in totale violazione delle norme internazionali e dello spazio aereo italiano, uno o più missili avrebbero colpito il DC-9, contribuendo in maniera determinante al suo abbattimento e alla morte di tutte le 81 persone a bordo. Questa versione dei fatti, nonostante gli indizi accumulati nel tempo e la stessa sentenza civile della Cassazione, viene ancora oggi recisamente e fermamente negata dall’Aeronautica Militare italiana. La ricerca della verità completa su Ustica rimane, quindi, una ferita aperta e una domanda di giustizia ancora non pienamente soddisfatta.
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