La politica di oggi con l’avvento dei social media
di Paolo Tella
I Sapiens si sono evoluti grazie alla loro capacità di tessere relazioni sociali ed idee condivise, al contrario dei Neanderthal, gli Erectus e di altre specie primitive che, invece, organizzavano le loro relazioni solo sulla base del rapporto diretto con la famiglia o con il capo branco.
Questa visione rappresenta la tesi centrale dello storico Yuval Noah Harari (sviluppata nel libro Sapiens. Da animali a dei), il quale attribuisce l’affermazione dell’Homo Sapiens alla cosiddetta Rivoluzione Cognitiva.
Nel contesto antropologico e scientifico, mentre i Neanderthal vivevano in piccoli branchi altamente specializzati e dotati di grande forza fisica, la loro organizzazione sociale rimaneva legata al clan e al legame diretto basato su conoscenza o parentela.
Tutte le specie animali sociali oggi esistenti si basano su interazioni dirette tra gli individui, come conoscenza visiva, olfattiva o fisica, e su gerarchie di dominanza ben definite. Nessun’altra specie animale, a parte i Sapiens, è in grado di organizzare gruppi oltre un certo limite numerico.
Per i primati non umani come gli Scimpanzé, la coesione del gruppo, che è fino a 100 individui (il cosiddetto Numero di Dunbar), si regge sul grooming (lo spulciarsi a vicenda) e su alleanze fisiche dirette. Il maschio alfa mantiene il potere tramite la dominazione ed il supporto di alleati diretti e se il gruppo cresce troppo si frammenta perché gli individui non riescono a mantenere relazioni dirette con tutti. Anche i Gorilla formano piccoli gruppi guidati da un maschio dominante, come per Babbuini e Macachi che utilizzano una rigorosa gerarchia di dominanza.
Per i grandi mammiferi sociali come i Lupi, i branchi sono strutture familiari guidate dalla coppia riproduttiva principale, come per le iene maculate che vivono in “clan” matriarcali. Anche gli Elefanti sono guidati da una matriarca (la femmina più anziana), i gruppi matriarcali si basano sul legame di parentela diretto e sulla memoria individuale.
Quando le risorse sono diventate scarse o si è arrivati al confronto diretto, la capacità dei Sapiens di mobilitare centinaia di individui sotto un’unica causa ideale ha rappresentato il fattore decisivo per la sopravvivenza della specie: la forza dell’idea condivisa ha evidenziato i limiti del rapporto diretto.
A vantaggio dei Sapiens c’erano miti e costrutti astratti, sogni, oltre alla capacità di comunicare; infatti i Sapiens erano, e sono, l’unica specie in grado di cooperare con milioni di sconosciuti semplicemente condividendo lo stesso sistema di credenze, idee, leggi, religioni, concetti legati all’immaginazione come il futuro, non esistenti in natura.
La vera svolta del Sapiens è stata quella di far percepire idee condivise che favorirono la cooperazione su larga scala: credere ad uno stesso mito permette a migliaia di Sapiens estranei di cooperare in modo flessibile tra loro, anche senza essersi mai incontrati o senza condividere lo stesso capo locale.
La novità di oggi è il web e lo sviluppo dei social che hanno ricreato la stessa differenza che c’era milioni di anni fa, tra i Sapiens di oggi dei i Neanderthal di oggi che, sul web, riescono a riconoscere e scegliere un gruppo da seguire senza avere la necessità di condividere un progetto futuro, senza avere la capacità di valutare un’idea ed anche senza avere la necessità di cooperare con sconosciuti, tipico approccio dei Neanderthal che fanno parte di un gruppo ristretto, di una tribù, senza avere la capacità di sposare un’idea e, che se creano difficoltà con un altro del gruppo, vengono estromessi.
L’avvento dei social oggi determina lo sviluppo dell’ ”uno vale uno” fornendo l’illusione di essere “amici” solo perchè si possono vedere e leggere i post e lasciare un like.
A questo meccanismo hanno contribuito anche la progressiva riduzione dell’impatto dei media tradizionali che facevano riferimento a regole deontologiche vigilate dalle associazioni di categoria della stampa, nate per controllare la correttezza delle informazioni diffuse e, per questo, c’è ancora oggi il “direttore responsabile” di ogni testata che risponde della correttezza delle informazioni diffuse.
Oggi con il web sono prevalenti i rapporti senza “media”, rapporti apparentemente diretti implementati da troll che fanno il lavoro di centinaia di follower, che non a caso si traducono in italiano che il termine “seguaci”. Il media diventa il troll.
Alcuni, molti, politici cercano i voti di seguaci a cui non serve un’idea di Stato, di Governo, di Economia o di socialità, ma a cui serve solo sapere quale sia il gruppo di appartenenza.
Come per i Neanderthal.
La caratteristica sociale di oggi è che il numero di Dumbar non è più di 100 individui perchè, proprio grazie ai social, è diventato infinito: milioni di persone primitive non hanno bisogno di un’idea condivisa e di iterazioni costanti ma solo di un gruppo o di un capo individuabile da un social, sollecitati da un troll.
Ma era già stato previsto.
Prima da Günther Anders, con il suo “L’uomo è antiquato” (1956) teorizzò che i mass media (all’epoca radio e TV) avessero il potere di trasformare le masse in “eremiti di massa”. La fruizione passiva di eventi ed emozioni preconfezionate disattiva il pensiero critico individuale e crea un’obbedienza conformista alle figure di autorità mediate dallo schermo.
Poi fu teorizzato da Marshall McLuhan che, nel 1962 con il suo “Villaggio Globale”, propone la teoria della “Ritribalizzazione” intesa come annullamento delle distanze spazio-temporali grazie alla tecnologia del mondo digitale; anche Michel Maffesoli, sociologo francese, nel suo “Il tempo delle tribù” (1988) teorizza il “Neotribalismo con le persone che non si uniscono più per motivi politici o di classe sociale, ma per passioni, gusti, mode e stili di vita comuni. Le “tribù” urbane vivono intensamente il momento presente, senza focalizzarsi su grandi progetti per il futuro.
McLuhan sosteneva che la stampa (la “Galassia Gutenberg”) avesse creato un individuo alfabetizzato, razionale, lineare, incline al dibattito e capace di distacco critico. Con l’avvento dei nuovi media l’umanità non è diventata più cosmopolita, ma è tornata a una condizione tribale; infatti nel villaggio globale non domina la lettura riflessiva, ma l’immediatezza dell’emozione, del grido, del “tamburo della tribù” oggi rappresentato dalle notifiche, dai feed e dagli algoritmi dei social, in cui la figura del Capo Tribù (il “Leader” dei social): nel villaggio pre-alfabetizzato e nelle dinamiche dei modelli sociali primordiali, il gruppo si compatta attorno a figure carismatiche, forti e indiscutibili. Sui social media avviene lo stesso: l’utente abbandona la complessità dell’analisi individuale per adeguarsi alla linea del “capo”, oggi influencer, cercando appartenenza e protezione identitaria.
Inoltre manca il dibattito perché, nel villaggio tribale, il dissenso è visto come un tradimento verso il clan, non come uno scambio di idee. Chi solleva un dubbio rischia l’ostracismo o il moderno “ban”. La frammentazione riproduce esattamente le dinamiche delle piccole bande rivali.
L’ironia evidenziata dal legame tra le teorie di Harari (sui Sapiens/Neanderthal) e Anders prima e McLuhan dopo, risiede in un paradosso tecnologico perchè mentre l’Homo Sapiens ha conquistato il mondo grazie alla capacità di superare la “logica del capo banda” creando strutture ed idee funzionali, come leggi, scienze ed istituzioni democratiche che permettevano il dibattito tra estranei oggi i social media, pur offrendo una potentissima infrastruttura tecnologica globale, hanno ipnotizzato il cervello umano riportandolo alle sue euristiche più antiche: la ricerca del capo, la polarizzazione “noi contro di loro” e l’adesione cieca al dogma del gruppo per non essere esclusi.
Oggi le persone si adeguano senza dibattito come teorizzavano Anders e McLuhan: l’ambiente digitale non crea cittadini del mondo liberi di pensare, ma una serie di tribù interconnesse guidate da leader emotivi, che oggi chiamiamo influencer.
Anche Gui Debord nel suo “La società dello spettacolo” (1967) ci scrive che lo “spettacolo” non è un semplice insieme di immagini, trasmissioni TV o post sui social, ma un rapporto sociale tra persone, mediato dalle immagini.
Nelle società antiche (e nelle tesi sull’Homo Sapiens), i miti e le finzioni condivise richiedevano una partecipazione attiva o rituale. Lo spettacolo modernista, al contrario, trasforma l’esistenza in una visione passiva e contemplativa; infatti tutto ciò che era direttamente vissuto si è allontanato in una rappresentazione e l’individuo non agisce più sulla realtà ma consuma le immagini della realtà prodotte dal sistema.
Così emerge il “Leader-Spettacolo” e la conseguente perdita di dibattito.
E’ interessante il testo “Fenomenologia” di Umberto Eco su Mike Bongiorno, del 1961, in cui Eco evidenzia i motivi del successo di Bongiorno: è l’archetipo dell’uomo medio della società di massa che L’annullamento del complesso di inferiorità. Lo spettatore non prova invidia o soggezione di fronte a Mike Bongiorno, ma si sente alla pari, rassicurato. Guardandolo, il pubblico pensa: “Anch’io sono come lui, anzi, forse sono persino meglio”. La mediocrità diventa valore: Mike Bongiorno non si mostra mai superbo, non ostenta una cultura superiore e parla per luoghi comuni e risponde sempre con formule pronte, riducendo ogni questione a risposte semplici (“Sbagliato!”, “Giusto!”).
E poi c’è sempre il prof. Mario Cipolla che ci insegna, nel suo “Leggi fondamentali della stupidità umana” che è incredibilmente alto il numero degli stupidi presenti nel mondo: quelli che danneggiando gli altri danneggiano anche se sessi.
Come utilizzare queste considerazioni in politica, oggi, è particolarmente interessante potendo analizzare il successo ottenuto da populisti che hanno vinto con il rapporto costruito attraverso i social senza avere una storia di assemblee, riunioni e confronti per la costruzione di un programma di Governo, come si faceva nell’era della galassia Gutenberg.
In politica hanno imparato l’uso della TV dal “fenomeno” Bongiorno: prima Berlusconi, poi Grillo, poi Salvini, oggi Vannacci, Meloni e Conte. Si contendono così il gradimento dei follower, i Neanderthal di oggi, a colpi di “spettacoli mediocri”.
L’unica è Elly Schlein che usa ancora riferirsi alla “Galassia Gutenberg” composta da individui alfabetizzati, razionali, lineari, inclini al dibattito e capaci di distacco critico. Però così Schlein rischia di non vincere proprio perché l’alleanza con Conte rappresenta l’assenza di una strategia comune e condivisa: Conte vuole le primarie e non vuole un programma di governo, essendo un leader-spettacolo, Schlein vuole un programma condiviso per i suoi elettori della galassia Gutenberg.
Oggi emerge con estrema chiarezza che gli attuali Neanderthal, oggi influencer, riescono a vincere grazie alla ritribalizzazione del Villaggio Globale ma non sanno governare facendo riferimento solo ai fedeli della famiglia e del clan, senza classe dirigente; per governare servono idee, capacità di relazione, competenze che non si trovano “in famiglia” o nei i gruppi composti con il numero di Dumbar.
Emerge quindi un’esigenza speciale per il campo largo: vincere con i Neanderthal e governare con Sapiens.
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