Ci sono date che rimangono impresse nella carne e nella storia di una comunità non per le vittorie o per le celebrazioni, ma per il peso specifico del dolore che hanno saputo generare. Per la città dell’Aquila, la mattina del 3 giugno 1979 rappresenta lo spartiacque di una ferita collettiva mai rimarginata, il giorno in cui l’entusiasmo della giovinezza e la passione sportiva si infransero contro la pietra fredda di un destino assurdo. Quella che doveva essere una domenica di festa, di cori e di sogni di gloria calcistica, si trasformò nel giro di pochi istanti nella pagina più drammatica e dolorosa della cronaca cittadina, legando indissolubilmente il nome del capoluogo abruzzese a un lutto inconsolabile.
Tutto era pronto per una trasferta storica. Centinaia di sostenitori rossoblù si stavano muovendo in carovana verso Cassino, dove l’Aquila Calcio era attesa allo spareggio promozione contro l’Avigliano. Un appuntamento con la storia sportiva che aveva mobilitato un intero popolo, travolto da un’ondata di entusiasmo contagioso. Il convoglio dei mezzi, carico di bandiere, canti e speranze, si trovò a transitare nel territorio di Sulmona per immettersi nella centralissima Piazza Garibaldi. Fu in quel momento, sotto lo sguardo impotente dei presenti, che la festa si tramutò in tragedia. Il pullman che trasportava i sostenitori aquilani imboccò il passaggio sotto gli storici archi dell’acquedotto medievale. A bordo, spinti dall’euforia del momento e coperti dai vessilli colorati, quattro giovani ragazzi si trovavano affacciati fuori dai finestrini, protesi verso l’esterno per sventolare i loro colori. La mancanza di percezione dell’imminente pericolo strutturale e la ristrettezza del passaggio furono fatali: Carlo, Maurizio, Carlo e Paolo vennero tragicamente schiacciati contro la struttura muraria, perdendo la vita in modo straziante.
Lo shock fu immediato e devastante. La partita di Cassino passò istantaneamente in secondo piano, cancellata da un silenzio irreale che avvolse l’intera provincia. Le famiglie dei quattro ragazzi e l’intera cittadinanza si ritrovarono proiettate in un incubo, unite in un dolore sordo che negli anni successivi ha saputo trasformarsi in una forma di rispetto e di devozione profonda. La perdita di quei quattro giovani non è mai stata considerata una semplice fatalità legata alle cronache del tifo, ma un sacrificio umano che ha segnato intere generazioni di sportivi e di semplici cittadini, ridefinendo il concetto stesso di appartenenza e solidarietà cittadina.
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