Di Nunzia Masci
Due vicende di cronaca recente, apparentemente distinte, mettono a nudo le profonde criticità gestionali, strutturali e amministrative che travagliano la tutela degli animali e la gestione del randagismo nella Regione Abruzzo. Da un lato la sicurezza dei territori e della fauna protetta nei parchi naturali; dall’altro la trasparenza nella destinazione dei fondi pubblici e lo stato di detenzione degli animali nelle strutture di ricovero.
Il primo episodio si è consumato nell’area faunistica di Rovere, all’interno del territorio comunale di Rocca di Mezzo. Un gruppo di cinque cani randagi è riuscito a penetrare all’interno del perimetro di circa sette ettari destinato a ospitare e proteggere specie autoctone. Organizzati in un vero e proprio comportamento da branco, gli animali hanno attaccato e ucciso tre esemplari di camoscio appenninico. L’allarme, lanciato dal sindaco Emilio Nusca, ha fatto scattare un’operazione di recupero complessa coordinata dal presidente del Parco Sirente Velino, Francesco D’Amore. L’intervento ha visto la collaborazione tra Polizia Locale, Guardie Parco, Carabinieri Forestali, la Asl 1 Abruzzo diretta da Paolo Costanzi e il personale veterinario del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise con la dottoressa Vincenza Di Pirro. Per far fronte alla vastità e all’asperità del terreno roccioso, le squadre hanno impiegato droni per il tracciamento e gabbie con richiami alimentari, riuscendo infine a catturare e sedare in sicurezza i cinque canidi. L’episodio ha fatto scattare immediate verifiche lungo le recinzioni: i primi sopralluoghi hanno evidenziato punti in cui la rete è stata aggirata mediante scavamento nel terreno, spingendo il Consiglio direttivo del Parco a deliberare uno stanziamento straordinario per riparare i danni e blindare le protezioni.
Se a Rovere il randagismo ha manifestato il suo impatto diretto sulla fauna selvatica, a San Vincenzo Valle Roveto la questione si è spostata nelle aule giudiziarie, sollevando interrogativi sulla filiera dei controlli aziendali e amministrativi. L’associazione “Tutela Diritti Animali ETS”, presieduta da Gabriele Bettoschi, ha depositato un’articolata denuncia-querela presso la Procura della Repubblica di Avezzano e la Corte dei Conti. Al centro dell’esposto figura il Segretario Comunale di San Vincenzo Valle Roveto, il Dott. Francesco Del Pinto, ipotizzando reati che vanno dall’omissione di atti d’ufficio al concorso in truffa, frode in pubbliche forniture e danno erariale. La contestazione nasce dal rifiuto del dirigente di sospendere in autotutela i pagamenti alla società COMAR FARM CASALINE S.r.l., gestrice del canile-rifugio di Collelongo. Secondo quanto documentato dall’associazione, il Dipartimento Sanità della Regione Abruzzo avrebbe evidenziato l’assenza di adeguati titoli autorizzativi per l’esercizio del servizio da parte della struttura. Nonostante i verbali ispettivi regionali, i pagamenti pubblici sarebbero proseguiti.
L’azione legale mira a interrompere la rete di convenzioni che la società mantiene con ben 45 Comuni del territorio per il ricovero e l’accalappiamento dei cani. L’associazione esorta le amministrazioni locali a seguire l’esempio del Comune di Castelvecchio Subequo, che ha già congelato i mandati di pagamento e avviato l’annullamento dell’affidamento in autotutela. All’autorità giudiziaria è stata inoltre formulata richiesta di sequestro preventivo dell’intero impianto di Collelongo, sollevando riserve non solo sui profili amministrativi, ma anche sulle condizioni di tenuta degli animali, aggravate dalla presunta presenza di coperture in amianto degradato al di sopra dei box di ricovero.
Il quadro sintetizzato dai due eventi restituisce la fotografia di un sistema regionale sollecitato su due fronti cruciali. Da una parte la presenza sul territorio e la prevenzione: il fenomeno dei cani padronali abbandonati o vaganti che si riuniscono in branchi incustoditi dimostra come la mancanza di un capillare controllo microchip e di sterilizzazione preventiva crei scompensi ecologici concreti, mettendo a rischio specie protette e incolumità pubblica in aree ad alta valenza naturalistica. Dall’altra lo stato dei rifugi e la tutela del benessere animale: la vicenda del canile di Collelongo evidenzia il rischio che la gestione dei randagi si trasformi in un monopolio conteso tra contenziosi burocratici, carenze autorizzative e strutture talvolta idonee solo sulla carta. La presenza di criticità strutturali come il paventato rischio amianto e l’opacità nell’erogazione dei fondi comunali penalizzano in primo luogo gli animali custoditi, la cui tutela teorica sancita dalle leggi regionali sbatte contro la realtà dei fatti e delle prassi amministrative.
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