Put Your Soul on Your Hand and Walk: l’eredità visiva di Fatma Hassouna a Cannes

Put Your Soul on Your Hand and Walk: l’eredità visiva di Fatma Hassouna a Cannes
14 Mag 2025

di Melania Aio

“Per Fatma, per tutti quelli che muoiono nell’indifferenza. Il cinema ha il dovere di portare le loro storie, di riflettere le nostre società. Agiamo, prima che sia troppo tardi”.

Si chiude, con queste parole, la lettera aperta firmata da oltre 350 artisti tra registi, attori e professionisti del cinema, resa pubblica ieri, nel giorno d’apertura al Festival di Cannes 2025. Una presa di posizione forte, pubblicata da Libération in Francia e da Variety negli Stati Uniti, che denuncia l’uccisione della fotoreporter palestinese Fatma Hassouna, 25 anni, protagonista del documentario Put Your Soul on Your Hand and Walk.

La giornalista è stata uccisa il 16 aprile scorso, insieme alla sua famiglia, in un attacco aereo israeliano che ha colpito la loro abitazione nel nord della Striscia di Gaza. La tragedia è avvenuta appena un giorno dopo aver appreso della selezione al Festival del documentario di cui era protagonista. Un dettaglio che, da solo, assume il peso simbolico di una tragedia doppia: quella della perdita di una giovane vita e, con essa, il silenzio forzato di una voce che stava per essere ascoltata da un palco internazionale.

Gaza – Foto di Fatma Hassouna

Fatma era conosciuta per il suo coraggio nel documentare la realtà del suo popolo attraverso la fotografia. Sul suo profilo Instagram (@fatma_hassona2), con oltre 42.000 follower, condivideva immagini e riflessioni sulla vita quotidiana sotto assedio a Gaza. In uno dei suoi post, scriveva:

“Per trecento giorni Anya è stata con me – la mia macchina fotografica e la mia unica vera amica, quella che sa come catturare le cose e come ottenere l’immagine che voglio. Per trecento giorni, i miei fratelli ed io moriamo in questo massacro. […] Se muoio, voglio una morte rumorosa”.

In queste parole, c’è tutta la consapevolezza di una giovane donna che vive e lavora sotto occupazione, in un contesto dove la sopravvivenza quotidiana è un atto di resistenza. La macchina fotografica, “Anya”, forse non era solo uno strumento di lavoro, ma un’alleata silenziosa e fedele, un’estensione del suo sguardo e della sua volontà di raccontare la sofferenza che la circondava. La volontà di lasciare un segno, di spezzare il silenzio che troppo spesso avvolge le vittime civili dei conflitti: quasi una sfida diretta all’indifferenza del mondo, alle istituzioni, ai media. La sua “morte rumorosa” si è concretizzata: non solo per il clamore internazionale seguito al suo assassinio, ma perché la sua voce continua a vivere attraverso le sue foto, il documentario che la racconta, e la mobilitazione globale nata attorno alla sua figura.

Put Your Soul on Your Hand and Walk (“Prendi l’anima in mano e cammina”)  non è solo un documentario: è un testamento visivo, un lascito di voce e verità in una terra dove documentare è diventato quasi impossibile. Diretto dalla regista iraniano-israeliana Sepideh Farsi, il film sarà presentato in anteprima mondiale domani  15 maggio. È il frutto di una coproduzione tra Francia, Palestina e Iran, ed è stato realizzato attraverso una lunga serie di videochiamate tra la regista e Fatma Hassouna, mentre quest’ultima, da Gaza, documentava la quotidianità con lucidità, coraggio e forza. In un contesto in cui Israele ha impedito l’ingresso ai giornalisti stranieri nella Striscia dal 7 ottobre 2023, la testimonianza della giornalista palestinese acquista un valore ancora più cruciale. Le sue immagini diventano parte di un archivio della memoria collettiva, che resiste alla cancellazione e al silenzio.

Estratto del trailer

Fatma cammina tra le macerie di un quartiere distrutto: “Questo è il mio quartiere. Non c’è nessuno qui. Né qui, né là. Non c’è nessuno”.

Sepideh Farsi (voce fuori campo):
“Quando è iniziata la guerra, il 7 ottobre, stavo viaggiando per il mondo per presentare il mio ultimo film, che parla di una guerra che ho vissuto personalmente da adolescente in Iran. Ho deciso di andare al Cairo per passare a Rafah, ma non ci sono riuscita perché tutte le strade per Gaza erano bloccate. Così ho iniziato a filmare i rifugiati palestinesi che stavano arrivando da Gaza. Attraverso uno di loro ho conosciuto Fatma.”

Scena finale: Fatma guarda fuori da una finestra, il sole tramonta all’orizzonte

Fatma Hassouna:
“Non so cosa ci riserverà il futuro, ma so che continuerò a raccontare la nostra storia, finché avrò fiato.”

Nella vetrina del grande cinema europeo, Sepideh Farsi ha organizzato anche una mostra fotografica dedicata a Fatma, e ospitata presso l’Hotel Majestic. L’intento è trasformarla in una mostra itinerante, che possa viaggiare per il mondo e portare ovunque la potente testimonianza visiva di una giovane donna che ha scelto di raccontare ciò che tanti volevano ignorare attraverso il suo sguardo: autentico, ostinato, necessario.


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