La notizia è stata diffusa dalla questura dell’Aquila e subito ripresa da molti media locali. Complice il periodo agostano, che si porta dietro una certa penuria di notizie, è stata poi persino approfondita da alcune testate, con retroscena, dettagli e illazioni.
Parliamo delle indagini in merito a scritte, grandi poco più di un foglio A4, apparse a inizio luglio su alcuni muri del centro storico dell’Aquila. Messaggi ostili alle forze dell’ordine e al cosiddetto “daspo Willy”, uno strumento repressivo che prevede l’espulsione dal centro di chi viene coinvolto in risse o eventi simili.
La mattina del 10 agosto gli agenti della digos aquilana sono irrotti nell’appartamento in cui vive una ventenne, perquisendo i locali e sequestrando persino un computer, con lo scopo di trovare tracce dei complici della giovane. Che, secondo gli inquirenti, quella notte di luglio non sarebbe stata sola di fronte al muro di Palazzo Manieri, il cui proprietario attraverso una denuncia ha permesso l’avvio delle indagini.
Al di là delle dimensioni di tali strumenti di indagine – non è questo il luogo né per giudicarle né per contestarle – quello che colpisce è l’attenzione che viene dedicata ai fatti, da parte di tutti. La notizia arriva ai giornali da una “velina” della questura, che aveva compiuto la perquisizione poco prima. Nella stessa mattina il sindaco della città, Pierluigi Biondi, dirama un comunicato in cui si complimenta con le forze dell’ordine per il lavoro svolto.
Nei due giorni seguenti escono numerosi dettagli. Dalla presunta appartenenza della giovane al collettivo transfemminista “FuoriGenere”, che viene definito “estraneo ai fatti” – immaginiamo per non incorrere in uno spiacevole reato di diffamazione – fino alla pubblicazione dei frame delle telecamere, e alle indiscrezioni (a oggi non confermate) secondo cui la soprintendenza del ministero della cultura vorrebbe costituirsi parte civile in un eventuale processo.
Tutto questo sembra essere davvero fuori misura. Le veline, i dettagli, gli approfondimenti e le indiscrezioni, per un fatto del genere, con un danno che probabilmente è stato quantificato in qualche centinaio di euro, sembrano essere fuori ogni misura.
Chi scrive ha lavorato a lungo come cronista all’Aquila, collaborando anche con le forze dell’ordine nell’ambito di inchieste (giornalistiche poi diventate giudiziarie) sulla ricostruzione post-sisma. Chi scrive, insomma, conosce i meccanismi di relazione, diffusione e “spinta” di una notizia, soprattutto in un contesto così piccolo come quello aquilano. Le notizie non sono tutte ugualmente rilevanti, perché non lo sono i fatti.
Quattordici anni dopo il terremoto si ha la percezione di una certa (artificiosa) sacralità degli edifici storici del centro dell’Aquila, un tempo abbandonati all’incuria dei nobili decaduti e oggi perfettamente ricostruiti con i soldi di tutti. Questa aria di sacralità fa percepire una scritta di modeste proporzioni – per quanto arrecante danno al patrimonio storico e al “decoro urbano” – ponendola agli occhi delle istituzioni e dalla comunità come una blasfemia, una lesa maestà della ricostruzione post-sisma. È così che un fatto oggettivamente marginale diventa la notizia della settimana.
Ma c’è dell’altro. Dopo anni di mobilitazioni popolari – i primi dopo il 2009 – assistiamo a una normalizzazione delle relazioni dentro la comunità e tra quest’ultima e i luoghi della città. È come se si fosse in parte tornati alla quiete della provincia che dominava L’Aquila prima del terremoto, con la differenza non irrilevante degli anni passati, con in mezzo un sisma, due crisi economiche e una pandemia.
Una provincia normalizzata ma decadente, dunque, dove è la maggioranza della comunità – ancora prima della classe dirigente – a non ammettere alcun tipo di dissenso, se non in alcune forme educate, digerite perché poco rumorose (e poco incisive).
Basti pensare che è il sindaco in persona a ritenere così rilevante e oltraggiosa una scritta su un muro, tanto da doverla fotografare e pubblicare sulla sua pagina Facebook, con l’unico reale scopo di alimentare quel senso di giustizialismo e indignazione collettiva virtuale che nei social network trova il suo habitat naturale.
La città è rientrata nei suoi ranghi della piccola provincia italiana, il suo centro è una bomboniera da difendere dagli attacchi dei writer (ma non dallo spopolamento e dalla gentrificazione, ma questa è un’altra storia…). Se qualcuno prova, a torto o ragione, a esprimere dissenso non solo dev’essere punito come prevede la legge, ma il suo scalpo dev’essere mostrato in piazza, diffuso in quante più angolazioni possibili, affinché tutti sappiano che cosa succede a chi ci riprova. Chi dice o fa qualcosa di diverso è “vicino ai movimenti eversivi” (sì, è stato scritto anche questo in questi giorni) o un lamentoso a cui non sta bene nulla.
Ma la crisi delle città e del nostro paese è un processo in corso, impossibile da semplificare perché estremamente complesso. Ed è probabilmente solo all’inizio, parte di una decadenza sistemica che produce conflittualità sociale anche disorganizzata, dove nei prossimi anni i protagonisti potrebbero essere i più giovani. Il contesto, insomma, è tutt’altro che favorevole alla quiete e alla pacificazione. Forse lo sarà persino all’Aquila.
Non una graduatoria stilata direttamente dalla SIAE, dunque, ma un indice che mette insieme più indicatori per fotografare il rapporto degli italiani con il cinema.
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