di Fabio Pelini
Il Giorno della Memoria rappresenta ormai un appuntamento fondamentale per non perdere contatto con l’enorme tragedia che si consumò durante il secondo conflitto mondiale e che ogni anno vuole ricordare lo sterminio di sei milioni di Ebrei e di tutte le altre minoranze – politiche, etniche, religiose, nell’orientamento sessuale, oltre ai portatori di disabilità – che subirono l’intolleranza e la persecuzione del regime nazifascista. Ma, fuor di retorica, bisognerebbe fare uno scatto in avanti per contrastare nei fatti il pessimismo di Liliana Segre, che ha recentemente paventato il rischio che tra qualche anno al ricordo dell’Olocausto possa essere dedicata appena una riga o poco più sui libri di Storia.
E allora che fare per non dimenticare? Forse qualche antidoto esiste. Ad esempio, si potrebbe cominciare dall’attualizzare il ricordo di quell’orrore partendo dal non girarsi dall’altra parte dinanzi agli abomini contemporanei: dai campi di detenzione libici all’apartheid nei confronti del popolo palestinese, gli esempi, purtroppo, non mancano.
Ricorda Amnesty International, l’associazione umanitaria che si batte per il rispetto dei diritti umani in ogni angolo del pianeta, che “dal 2017 ad oggi quasi centomila persone sono state intercettate in mare dalla Guardia costiera libica e riportate forzatamente in Libia, un paese che non può essere considerato sicuro. La vita dei migranti e rifugiati in Libia è costantemente a rischio, tra detenzioni arbitrarie, abusi, violenze e sfruttamento. Significa non avere alcun diritto e nessuna tutela”.
L’associazione umanitaria attiva dal 1961 – e che insieme ad altre organizzazioni si batte contro gli effetti dell’accordo con il Paese nordafricano – ha sottolineato inoltre che “il Memorandum Italia – Libia crea le condizioni per la violazione dei diritti di migranti e rifugiati agevolando indirettamente pratiche di sfruttamento e di tortura perpetrate in maniera sistematica e tali da costituire crimini contro l’umanità”.
Allo stesso modo, dovrebbe trovare maggiore attenzione la condizione disumana che il popolo palestinese continua a subire nella martoriata terra d’Israele. “Le massicce requisizioni di terre e proprietà, le uccisioni illegali, i trasferimenti forzati, le drastiche limitazioni al movimento e il diniego di nazionalità e cittadinanza ai danni dei palestinesi fanno parte di un sistema che, secondo il diritto internazionale, costituisce apartheid” incalza Amnesty, che aggiunge: “Questo sistema si basa su violazioni dei diritti umani che qualificano l’apartheid come crimine contro l’umanità così come definito dallo Statuto di Roma del Tribunale penale internazionale e dalla Convenzione sull’apartheid”.
Senza voler forzare paragoni, sempre fuorvianti, tra l’orrore scaturito dalla “soluzione finale” perpetrata dal nazismo hitleriano e piccole-grandi tragedie attuali, dovremmo tutti quanti – a partire dai mezzi di informazione – rendere onore al bisogno di memoria e giustizia che si celebra ogni 27 di gennaio, denunciando senza pregiudizi e opportunismi di sorta le cronache distopiche della contemporaneità. Si riuscirebbe in questo modo, forse, a non disperdere quell’enorme patrimonio di memoria condivisa che la Shoah lascia in dote alle nuove generazioni.
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