Abruzzo, Wilderness: “Basta errori nella gestione della montagna”

Abruzzo, Wilderness: “Basta errori nella gestione della montagna”
24 Ago 2026

Dagli incendi sul Morrone al “Meleto” di Lecce nei Marsi, fino all’overtourism in Val Masino: l’Associazione Wilderness critica alcune politiche di gestione del territorio e chiede un approccio più attento alla tutela ambientale

ABRUZZO, 24 agosto 2026 – Gli incendi che hanno interessato il Morrone, le politiche di tutela dell’orso marsicano e la gestione del turismo nelle aree montane sono al centro di una lunga riflessione dell’Associazione Wilderness, che contesta alcune delle strategie adottate negli anni per la gestione dell’ambiente e delle aree protette.

Secondo l’associazione, il recente incendio sul versante occidentale del Parco Nazionale della Maiella non sarebbe riconducibile semplicemente alle politiche di protezione ambientale e alla mancata realizzazione di strade o interventi di manutenzione. La responsabilità, viene sostenuto, andrebbe ricercata anche nelle scelte forestali compiute nel secolo scorso.

In particolare, Wilderness punta il dito contro i numerosi rimboschimenti con pino nero d’Austria realizzati tra gli anni Trenta e Sessanta sull’Appennino centro-meridionale. Secondo l’associazione, la diffusione di foreste monospecifiche avrebbe contribuito a creare condizioni favorevoli alla propagazione degli incendi, oltre a ostacolare il ritorno della vegetazione spontanea.

L’associazione contesta inoltre l’idea che una maggiore presenza dell’uomo e una più intensa manutenzione dei boschi possano rappresentare necessariamente una soluzione al problema degli incendi. Al contrario, sostiene che l’aumento della frequentazione turistica delle montagne possa incrementare il rischio, soprattutto a causa di comportamenti irresponsabili.

Da qui la posizione secondo cui meno frequentazione delle aree montane potrebbe significare anche meno rischi di incendio, insieme alla necessità di lasciare maggiormente spazio ai processi naturali di rigenerazione degli ecosistemi.

Wilderness sottolinea, inoltre, che il fuoco non rappresenterebbe sempre e necessariamente un danno per la biodiversità. In determinate condizioni, gli incendi possono infatti favorire processi di rinnovamento della vegetazione e contribuire al ripristino di habitat alterati dall’intervento umano.

Il caso del “Meleto” per l’orso marsicano

Nel documento trova spazio anche una dura critica al progetto del “Meleto più grande del mondo”, realizzato a Lecce nei Marsi con l’obiettivo di fornire una fonte alimentare all’orso marsicano.

Secondo l’Associazione Wilderness, il progetto avrebbe evidenziato diverse criticità. L’organizzazione riferisce che una parte consistente delle piante messe a dimora sarebbe morta o sarebbe stata danneggiata dalla fauna selvatica, in particolare dai cervi, anche a causa della presunta assenza di adeguate protezioni e irrigazione.

Wilderness torna così a mettere in discussione le strategie di alimentazione e sostegno diretto alla popolazione di orso marsicano, sostenendo che interventi di questo tipo sarebbero meno efficaci rispetto alla tutela delle attività agricole e pastorali tradizionali.

La posizione dell’associazione è netta: per la salvaguardia dell’orso sarebbero necessari “più agricoltori e pastori”, ritenuti fondamentali per mantenere vivo e presidiato il territorio, piuttosto che un’eccessiva concentrazione di interventi esclusivamente scientifici o progettuali.

L’esempio della Val Masino contro l’overtourism

L’ultimo tema affrontato riguarda il rapporto tra turismo e tutela delle aree montane. L’Associazione Wilderness cita come esempio positivo il comportamento del sindaco di Val Masino, Pietro Taeggi, intervenuto per limitare gli effetti dell’overtourism nella Val di Mello.

L’amministrazione comunale ha valutato misure più restrittive per contenere l’afflusso di visitatori e tutelare un ambiente particolarmente delicato. Tra le ipotesi indicate figura anche un limite di 120 automobili al giorno, accompagnato da un ticket di ingresso.

Per Wilderness, tuttavia, il pagamento non rappresenterebbe la soluzione migliore. L’associazione richiama invece il concetto di “carrying capacity”, ovvero la capacità di un ambiente di sostenere una determinata pressione turistica senza subire danni irreversibili.

La soluzione indicata sarebbe quindi quella del numero chiuso, senza trasformare l’accesso alle aree naturali in una fonte di profitto: una volta raggiunto il limite, gli accessi dovrebbero essere semplicemente sospesi.

Il filo conduttore delle diverse questioni sollevate dall’associazione è dunque la necessità di ripensare il rapporto tra uomo, natura, turismo e gestione del territorio, evitando interventi considerati eccessivamente artificiali e privilegiando, quando possibile, la capacità degli ecosistemi di autoregolarsi.


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