SULMONA (AQ), 29 ottobre 2026 – La Linea Adriatica e la centrale di compressione Snam di Sulmona sarebbero infrastrutture destinate a rivelarsi superflue per il fabbisogno energetico nazionale, ma capaci di generare consistenti ricavi per la società attraverso il sistema tariffario del gas. È la tesi sostenuta da Mario Pizzola, del Coordinamento Per il clima Fuori dal fossile, che torna a intervenire sul controverso progetto con una dura presa di posizione, sollevando interrogativi sulla sua effettiva utilità e sui costi destinati a ricadere sui consumatori.
«La Linea Adriatica è inutile, ma per la Snam è la gallina dalle uova d’oro», sostiene Pizzola, che mette in discussione le motivazioni economiche ed energetiche alla base della realizzazione del metanodotto da Sulmona a Minerbio e della centrale di compressione prevista nel territorio peligno.
La questione del gas russo e delle infrastrutture esistenti
Per comprendere le ragioni della contestazione, Pizzola ripercorre le decisioni adottate a partire dal 2022, dopo l’invasione russa dell’Ucraina e la conseguente necessità di ridurre la dipendenza energetica da Mosca.
Il progetto della Linea Adriatica, precedentemente accantonato, tornò allora al centro delle strategie energetiche nazionali, prima con il governo Draghi e successivamente con quello Meloni, sulla base della necessità di incrementare il trasporto del gas proveniente da sud.
Una motivazione che il Coordinamento ritiene infondata.
Secondo i dati riportati da Pizzola, nel 2021 l’Italia importava da Algeria, Azerbaigian e Libia 31,6 miliardi di metri cubi di gas, mentre alla fine del 2025, nonostante la drastica riduzione delle forniture russe, i quantitativi provenienti dagli stessi Paesi sarebbero stati pari a circa 31 miliardi di metri cubi.
Un confronto utilizzato per sostenere che le infrastrutture già esistenti fossero sufficienti a garantire l’approvvigionamento e che, di conseguenza, la realizzazione della nuova condotta non rispondesse a una necessità concreta.
Pizzola richiama inoltre le prospettive di riduzione dei consumi di gas legate agli obiettivi di decarbonizzazione, sottolineando come il Piano nazionale integrato per l’energia e il clima preveda una diminuzione del fabbisogno nei prossimi anni.
Il nodo delle bollette e dei profitti
Al centro della contestazione c’è soprattutto il meccanismo economico che disciplina gli investimenti nelle reti energetiche.
Pizzola evidenzia come Snam operi nell’ambito di un sistema regolato, nel quale i costi riconosciuti per le infrastrutture e la remunerazione del capitale investito contribuiscono alla determinazione delle tariffe di trasporto del gas.
Secondo il rappresentante del Coordinamento, questo sistema consentirebbe alla società di recuperare gli investimenti attraverso le bollette, beneficiando anche di un rendimento sul capitale impiegato.
Il costo complessivo del progetto viene indicato in circa 2,5 miliardi di euro, dei quali 375 milioni coperti da finanziamenti europei nell’ambito del PNRR.
Sulla base di un investimento residuo di 2 miliardi e 125 milioni di euro, di un rendimento ipotizzato del 6% annuo e di una durata degli impianti di 50 anni, Pizzola propone una stima secondo cui Snam potrebbe ottenere complessivamente 5 miliardi e 312 milioni di euro, tra recupero del capitale e remunerazione dell’investimento.
Di questi, secondo il calcolo presentato, 3 miliardi e 187 milioni rappresenterebbero il rendimento cumulato nell’arco di mezzo secolo.
Si tratta, tuttavia, di una proiezione elaborata dal Coordinamento e non di un utile netto già accertato. La regolazione effettiva applicata da ARERA prevede criteri specifici di remunerazione e ammortamento degli investimenti, che non coincidono automaticamente con un profitto netto fisso del 6% per cinquant’anni.
Le ragioni di Snam e le contestazioni degli ambientalisti
La valutazione del Coordinamento si contrappone alla posizione sostenuta da Snam, che considera la Linea Adriatica un’infrastruttura strategica per rafforzare la sicurezza energetica nazionale e aumentare la capacità di trasporto del gas lungo la direttrice sud-nord.
Secondo la società, l’opera consentirebbe di incrementare questa capacità di circa 10 miliardi di metri cubi all’anno, migliorando la flessibilità del sistema e le possibilità di diversificazione degli approvvigionamenti.
Per Pizzola, invece, il potenziamento sarebbe ingiustificato alla luce dell’andamento della domanda energetica e degli obiettivi di progressiva uscita dai combustibili fossili.
Alle critiche economiche si aggiungono quelle ambientali, che da anni accompagnano la mobilitazione dei comitati contrari alla centrale di Sulmona e al tracciato del metanodotto.
Il Coordinamento denuncia in particolare il rischio di danni al paesaggio, all’ambiente e al patrimonio archeologico dei territori attraversati dalle infrastrutture.
L’appello alla politica e alle istituzioni
Nella parte conclusiva del suo intervento, Pizzola rivolge un duro appello ai rappresentanti politici e istituzionali, chiedendo perché non vengano messe maggiormente in discussione le conseguenze economiche e territoriali del progetto.
Il timore espresso dal Coordinamento è che i cittadini possano ritrovarsi a sostenere, attraverso le tariffe energetiche, il costo di infrastrutture delle quali viene contestata la reale necessità, mentre i territori interessati dovrebbero sopportarne gli effetti ambientali.
La vicenda della Linea Adriatica si conferma così al centro di un confronto che investe non soltanto il futuro energetico del Paese, ma anche la distribuzione dei costi della transizione, il ruolo delle grandi società infrastrutturali e la tutela delle comunità locali.
Una questione sulla quale il Coordinamento Per il clima Fuori dal fossile sollecita risposte e assunzioni di responsabilità da parte delle istituzioni.
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